Alberto Garutti
Database Opere
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Orizzonti, 1990
Cristallo e smalto bianco nero, ferroQuando dipingo un orizzonte penso che sia la continuazione di quello precedente. È un orizzonte che accompagna la mia vita.
Quattro orizzonti dipinti su cristallo e un pavimento di cemento con le piante delle quattro case che ho abitato nella mia vita. Il progetto generale è quello di unire tutti gli orizzonti che ho dipinto e che dipingerò, per ottenere un’unica linea: una specie di orizzonte ideale che accompagnerà la mia vita.
L’opera e il collezionista stesso che la possiede sono parte integrante di tutto il lavoro. Il collezionista, vero sostenitore e dunque considerato come un amico, è allora parte sostanziale della mia vita e sarà colui che si prenderà cura dell’opera realizzata: proprio per questo motivo ogni singolo orizzonte porterà il nome di chi lo possiede. -

Opera per camera da letto: dedicato a chi dorme , 1993
Cristallo, pigmento fosforescentecm 150 x 150L’opera, posta nella camera numero 402 dell’Hotel Palace di Bologna, è costituita da un grande quadrato di cristallo, dipinto sul retro con un pigmento fosforescente, appeso al muro con quattro zanche, ma distanziato da esso di circa dieci centimetri.
Nel momento in cui chi abita la stanza dell’albergo spegne la luce, il lavoro appare, si illumina e resta luminoso per una quindicina di minuti, ribadendo la sua vocazione a sparire a poco a poco.
L’opera coabita con lo spazio, è connaturata ad esso ed esiste solo nel momento in cui lo spettatore è direttamente e completamente coinvolto con essa, nella consapevolezza di essere il vero protagonista, complice solidale del compiersi e del farsi pienamente dell’opera stessa. Tra l’arte e lo spettatore viene così a crearsi un rapporto particolare, denso di aspettativa, intimo e quasi clandestino.1. Due opere recenti, una riflessione.
2. In passato ho insegnato all’Accademia di Bologna.
Frequentavo l’Hotel Palace. Era una sorta di seconda casa, e decisi di realizzare, per la mostra “Territorio Italiano” del 1993 un lavoro in una stanza, la mia stanza. Stanza 402.
3. L’opera è là, visibile dunque in permanenza, ma solo e soltanto a coloro i quali abitano e abiteranno quella camera come una qualunque altra camera d’albergo, dietro prenotazione. Si tratta di un grande quadrato di cristallo dipinto sul retro con un pigmento fosforescente; appeso al muro con quattro zanche ma distanziato da esso di circa dieci centimetri. Appare nel buio della stanza quando chi l’abita spegne la luce, e per una quindicina di minuti afferma silenziosamente, lentamente, la sua vocazione a sparire. E’ una specie di metafora del dormire: che è tempo vissuto nel sonno e nel sogno; vive nel buio: non a contrastare la notte, ma ad assecondarla. “Dormire – dice Blanchot – appartiene al mondo. E’ un compito, noi dormiamo in accordo alla legge generale, che fa dipendere la nostra attività diurna dal riposo delle nostre notti. Noi chiamiamo il sonno ed esso viene; vi è tra esso e noi come un patto, un trattato senza clausole segrete, e attraverso questa convenzione è inteso che, lungi dall’essere una pericolosa forza magica, esso diverrà strumento della nostra facoltà di agire”. Dormire è l’azione chiara che ci promette il giorno. Il sonno significa che a un certo momento per agire bisogna cessare di agire. Il sonno cerca il risveglio come la sua essenza.
4. Dunque nel sonno c’è un tempo lento, illimitato, che raccoglie il tutto. In esso si produce una tensione continua verso uno spirito divagante; si muove affermando il presente e il passato: contemporaneamente. Non è un flusso che muove da un punto ad un altro successivo; è un’eco del giorno prima e al tempo stesso qualche cosa che deve ancora accadere.
E’ un tempo sospeso, mentale, che è premessa e anche promessa. Come l’artista, l’arte è orientata costitutivamente verso il futuro in una dimensione di libertà che si inserisce nei vuoti del tempo e cerca di volgere a suo profitto. Il tempo è possibilità. È in questa accezione che si propone l’opera cui mi sono riferito. Nella perfetta geometria del quadrato esprime la propria vocazione a dilatarsi, quasi trasformando un luogo in “nessun luogo”. Essa non vuole essere guardata come appare; la sua ineccepibilità formale barcolla perché rimanda ad altro. Forse, ancor meglio, è altro. Si perde, in questa luminescenza misteriosa ed enigmatica: sfugge: è imprendibile. Addirittura, può mentire.
5. Dove risiede dunque il suo grado di verità? Sta nell’andare verso di essa, in questo tempo di attesa aperto che si prospetta come possibilità. Nella sospensione del sonno è la promessa che un nuovo giorno potrà cominciare.
Colui che si appresta a dormire nella stanza rende possibile l’apparizione dell’opera poiché coabita con essa, pienamente in accordo con il luogo.
6. L’aspettativa (da “spettatore” la cui etimologia ha origine dal latino “spectare”, guardare, essere rivolto a) è l’attesa.
Nel tempo sospeso e notturno dell’attesa lo spettatore pensa che ‘opera sia l’altra metà della sua essenza.
L’opera esiste solo quando lo spettatore è direttamente coinvolto con essa, nella consapevolezza di essere il vero protagonista capace di dar senso alla sua forma: nel tempo critico, etico e amoroso dello sguardo. Se lo spettatore è colui che dà senso all’opera, l’artista dunque è il primo e vero spettatore. L’opera non ha bisogno di titolo, come se, nella volontà di affermare la sua propria autonomia all’interno, e al di là della sua stessa rappresentazione, volesse lasciare la provocazione estrema a colui che guarda, affinché ciò che è rappresentato non gli basti.
“Spectare, guardare”, l’opera, è assumere la responsabilità della forma. Senza questa responsabilità l’opera non si dà.
7. Ma tutto ciò accade nella stanza, che è il luogo dell’incontro. L’incontro che è possibile solo nella complicità, quasi clandestina; che fa si che la camera divenga il luogo dell’arte.
In esso si concentra l’esperienza privata dell’interiorità, come luogo appartato e insieme come punto privilegiato per l’osservazione del mondo che la dilata invadendola (camera disincantata). Nel luogo privato della camera, nel tempo segnato dalla ciclicità del giorno e della notte, l’artista ripropone l’interrogazione sull’arte.
La convivenza è possibile solo nella coabitazione, nell’incontro solidale che è necessario al farsi pieno dell’opera.
8. E a quella esposta ora faccio riferimento. Essa si impossessa del luogo, che è il luogo domestico da cui trae le proprie spinte generatrici. Nasce infatti da esso, assume la somiglianza di un mobile senza esserlo, cerca un accordo con il luogo affermandone l’identità. I grandi piani di legno di mogano hanno misure ricavate dalle distanze tra alcuni oggetti della mia casa; le cerniere di ottone li uniscono in un unico corpo snodabile e flessibile. Non c’è forma definita dell’opera. Essa può essere installata secondo un criterio di assoluta libertà, appesa, sdraiata, piegata solo in parte, chiusa come un libro. E’ come se dovesse vivere in uno sviluppo indefinito di possibilità, in un tempo illimitato, così da sincronizzare la sua vocazione a quella dell’arte, la quale appunto, tende all’infinito. C’è un tempo dell’aprire e del chiudere, in una sorta di rimando al paradosso filosofico (Borges, Duchamp), ma anche un aprire e un chiudere che per il peso stesso dei pannelli esige una certa fatica, come ad esprimere una fatica psicologica, un rallentamento della dinamicità ; una stasi.
Oppure in una corrispondenza di fasi attraverso le quali si accede a uno spazio sempre più interiorizzato; come in un percorso lento che va da un luogo ad un altro luogo, a un altro ancora, sempre più interno, dove risiede l’enigma. -

Senza titolo, 1994
Legno compensato non lucidatomisura ambienteMarco LambertiniLa villa era in passato una residenza privata. L’installazione di una porta ha cambiato il senso dello spazio: da ambiente museale, espositivo, questo si è infatti modificando, trasformandosi in uno spazio domestico, come era in origine.
La stanza che viene a crearsi grazie alla presenza della porta, diviene allora protagonista ed elemento centrale per l’opera; oltre a quella porta, una volta solcata quella soglia, ci si trova in uno spazio a cui viene infatti restituita la dimensione che aveva perso e che lo riporta al suo essere luogo del quotidiano, delle abitudini dell’abitare, dell’esperire. -

Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono, 1995-1997
Le porte e le finestre sono state ridisegnate su modello originale, grazie alla collaborazione di alcuni cittadini anziani; la finestra ha i vetri con i tre colori della bandiera italianaQuest’opera è stata realizzata a Fabbrica, frazione di Peccioli dove, nel tentativo di toccare la sensibilità dei cittadini, ho realizzato un lavoro che fosse condiviso nelle sue intenzioni, dagli abitanti stessi. Dopo numerosi incontri con la collettività ho individuato un piccolo teatro che era stato in passato luogo di ritrovo e di socializzazione: dunque molto caro a tutti.
Prima dell’intervento, appariva devastato dai rimaneggiamenti e dal tempo. Per mia volontà è stato ristrutturato cercando di riportarlo come era in origine cioè quando nel 1928 l’edificio aveva funzione di teatro. Ho recuperato la fatiscente facciata sostituendo i mattoni rotti e mancanti, ripulendola per mezzo di sabbiatura, sostituiti i pluviali, riproposti gli sfondati dove hanno sede le porte. I serramenti sono stati rifatti secondo il disegno originale di quegli anni con i vetri colorati in bianco rosso e verde, a citare il tricolore italiano allora di gran moda. Per fare tutto ciò ho consultato i cittadini che per numerose volte si sono resi disponibili e collaborativi. Grazie alle loro indicazioni è stato possibile riportare tutta la facciata del teatro come era in passato. Non ho lasciato alcun segno evidente del mio passaggio se non una scritta incisa su una pietra che recita:
Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997.
Nell’immagine un sopralluogo prima dell’intervento. -

Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997, 1995-1997
Le porte e le finestre sono state ridisegnate su modello originale, grazie alla collaborazione di alcuni cittadini anziani; la finestra ha i vetri con i tre colori della bandiera italianaQuest’opera è stata realizzata a Fabbrica, frazione di Peccioli dove, nel tentativo di toccare la sensibilità dei cittadini, ho realizzato un lavoro che fosse condiviso nelle sue intenzioni, dagli abitanti stessi. Dopo numerosi incontri con la collettività ho individuato un piccolo teatro che era stato in passato luogo di ritrovo e di socializzazione: dunque molto caro a tutti.
Prima dell’intervento, appariva devastato dai rimaneggiamenti e dal tempo. Per mia volontà è stato ristrutturato cercando di riportarlo come era in origine cioè quando nel 1928 l’edificio aveva funzione di teatro. Ho recuperato la fatiscente facciata sostituendo i mattoni rotti e mancanti, ripulendola per mezzo di sabbiatura, sostituiti i pluviali, riproposti gli sfondati dove hanno sede le porte. I serramenti sono stati rifatti secondo il disegno originale di quegli anni con i vetri colorati in bianco rosso e verde, a citare il tricolore italiano allora di gran moda. Per fare tutto ciò ho consultato i cittadini che per numerose volte si sono resi disponibili e collaborativi. Grazie alle loro indicazioni è stato possibile riportare tutta la facciata del teatro come era in passato. Non ho lasciato alcun segno evidente del mio passaggio se non una scritta incisa su una pietra che recita:
Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997.
I cittadini di Fabbrica durante uno degli incontri con Alberto Garutti. -

Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997, 1995-1997
Le porte e le finestre sono state ridisegnate su modello originale, grazie alla collaborazione di alcuni cittadini anziani; la finestra ha i vetri con i tre colori della bandiera italianaQuest’opera è stata realizzata a Fabbrica, frazione di Peccioli dove, nel tentativo di toccare la sensibilità dei cittadini, ho realizzato un lavoro che fosse condiviso nelle sue intenzioni, dagli abitanti stessi. Dopo numerosi incontri con la collettività ho individuato un piccolo teatro che era stato in passato luogo di ritrovo e di socializzazione: dunque molto caro a tutti.
Prima dell’intervento, appariva devastato dai rimaneggiamenti e dal tempo. Per mia volontà è stato ristrutturato cercando di riportarlo come era in origine cioè quando nel 1928 l’edificio aveva funzione di teatro. Ho recuperato la fatiscente facciata sostituendo i mattoni rotti e mancanti, ripulendola per mezzo di sabbiatura, sostituiti i pluviali, riproposti gli sfondati dove hanno sede le porte. I serramenti sono stati rifatti secondo il disegno originale di quegli anni con i vetri colorati in bianco rosso e verde, a citare il tricolore italiano allora di gran moda. Per fare tutto ciò ho consultato i cittadini che per numerose volte si sono resi disponibili e collaborativi. Grazie alle loro indicazioni è stato possibile riportare tutta la facciata del teatro come era in passato. Non ho lasciato alcun segno evidente del mio passaggio se non una scritta incisa su una pietra che recita:
Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997.
Nell’immagine la facciata della Sala Parrocchiale di Fabbrica dopo l’intervento. -

Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997, 1995-1997
Le porte e le finestre sono state ridisegnate su modello originale, grazie alla collaborazione di alcuni cittadini anziani; la finestra ha i vetri con i tre colori della bandiera italianaQuest’opera è stata realizzata a Fabbrica, frazione di Peccioli dove, nel tentativo di toccare la sensibilità dei cittadini, ho realizzato un lavoro che fosse condiviso nelle sue intenzioni, dagli abitanti stessi. Dopo numerosi incontri con la collettività ho individuato un piccolo teatro che era stato in passato luogo di ritrovo e di socializzazione: dunque molto caro a tutti.
Prima dell’intervento, appariva devastato dai rimaneggiamenti e dal tempo. Per mia volontà è stato ristrutturato cercando di riportarlo come era in origine cioè quando nel 1928 l’edificio aveva funzione di teatro. Ho recuperato la fatiscente facciata sostituendo i mattoni rotti e mancanti, ripulendola per mezzo di sabbiatura, sostituiti i pluviali, riproposti gli sfondati dove hanno sede le porte. I serramenti sono stati rifatti secondo il disegno originale di quegli anni con i vetri colorati in bianco rosso e verde, a citare il tricolore italiano allora di gran moda. Per fare tutto ciò ho consultato i cittadini che per numerose volte si sono resi disponibili e collaborativi. Grazie alle loro indicazioni è stato possibile riportare tutta la facciata del teatro come era in passato. Non ho lasciato alcun segno evidente del mio passaggio se non una scritta incisa su una pietra che recita:
Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997.
Particolare della facciata della Sala Parrocchiale di Fabbrica dopo l’intervento. Le porte e le finestre sono state ridisegnate sul modello originale grazie alla collaborazione di alcuni anziani cittadini. La finestra ha i vetri con i tre colori della bandiera italiana. -

Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono – 17 luglio 1997, 1995-1997
Le porte e le finestre sono state ridisegnate su modello originale, grazie alla collaborazione di alcuni cittadini anziani; la finestra ha i vetri con i tre colori della bandiera italianaQuest’opera è stata realizzata a Fabbrica, frazione di Peccioli, dove, nel tentativo di toccare la sensibilità dei cittadini, ho realizzato un lavoro che fosse condiviso nelle sue intenzioni, dagli abitanti stessi. Dopo numerosi incontri con gli abitanti, ho individuato un piccolo teatro che era stato in passato luogo di ritrovo e di socializzazione ed era dunque molto caro a tutti.
Prima dell’intervento l’edificio appariva devastato dai rimaneggiamenti e dal tempo: ho così deciso di ristrutturarlo, cercando di riportarlo come era in origine, quando nel 1928 aveva funzione di teatro.
La fatiscente facciata è stata recuperata ripulendola per mezzo di sabbiatura: sono stati sostituiti i mattoni rotti e mancanti, cambiati i pluviali, riproposti gli sfondati dove hanno sede le porte.
I serramenti sono stati rifatti secondo il disegno originale di quegli anni con i vetri colorati in bianco rosso e verde, a citazione del tricolore italiano, allora di gran moda.
Per fare tutto ciò ho consultato i cittadini, che hanno collaborato a tutte le varie fasi del progetto: grazie alle loro indicazioni ed al loro aiuto è stato così possibile riportare tutta la facciata del teatro come era in passato.
Non ho lasciato alcun segno evidente del mio passaggio se non
una scritta incisa su una pietra, che recita:
“Quest’opera è dedicata ale ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorano”. -

Opera per Palazzo Cordati, 1996
Mi è stata commissionata da Gualtiero e Maria un’opera per Palazzo Cordati .
Il luogo dell’intervento è qui al primo dei tre piani dove aveva sede il museo studio del pittore novecentista Bruno Cordati.
Il museo esiste ancora; invece di estendersi in tutte le stanze, ora ne occupa solo quattro, perché delle rimanenti me ne sono impossessato per farne una casa che possiederò fino ad ottobre.
Voi vi trovate nella prima sala che si è trasformata in un atrio: la porta a sinistra dà accesso allo studio Cordati, la seconda al mio appartamento.
Quest’ultimo è stato ristrutturato secondo i miei desideri: dopo aver tolto tutti gli oggetti e i quadri, eliminato l’impianto luminoso che era organizzato secondo un criterio da “galleria d’arte“, ho fatto murare due porte, innalzare una parete, ho ristrutturato e attivato un bagno abbandonato da anni, stuccato ed imbiancato le pareti, i serramenti ed infine recuperato il vecchio pavimento di cotto che negli anni cinquanta era stato verniciato.
Ora questo luogo è pronto per essere vissuto e sarà visitato come si visita una casa privata, ossia quando vorrò io, in base ai miei umori, al desiderio di invitare o no le persone che amo. -

Opera per Palazzo Cordati, 1996
Mi è stata commissionata da Gualtiero e Maria un’opera per Palazzo Cordati .
Il luogo dell’intervento è qui al primo dei tre piani dove aveva sede il museo studio del pittore novecentista Bruno Cordati.
Il museo esiste ancora; invece di estendersi in tutte le stanze, ora ne occupa solo quattro, perché delle rimanenti me ne sono impossessato per farne una casa che possiederò fino ad ottobre.
Voi vi trovate nella prima sala che si è trasformata in un atrio: la porta a sinistra dà accesso allo studio Cordati, la seconda al mio appartamento.
Quest’ultimo è stato ristrutturato secondo i miei desideri: dopo aver tolto tutti gli oggetti e i quadri, eliminato l’impianto luminoso che era organizzato secondo un criterio da “galleria d’arte“, ho fatto murare due porte, innalzare una parete, ho ristrutturato e attivato un bagno abbandonato da anni, stuccato ed imbiancato le pareti, i serramenti ed infine recuperato il vecchio pavimento di cotto che negli anni cinquanta era stato verniciato.
Ora questo luogo è pronto per essere vissuto e sarà visitato come si visita una casa privata, ossia quando vorrò io, in base ai miei umori, al desiderio di invitare o no le persone che amo. -

Opera per Palazzo Cordati, 1996
La prima sala di Palazzo Cordati dopo l’intervento, con la scritta al muro che racconta il progetto. “Mi è stata commissionata da Gualtiero e Maria un’opera per Palazzo Cordati. Il luogo dell’intervento è qui, dove aveva sede il museo-studio del pittore novecentista Bruno Cordati. Il museo esiste ancora, ma invece di estendersi in tutte le sale, ora ne occupa solo quattro poiché delle rimanenti me ne sono impossessato per farne una casa che possiederò fino ad ottobre. La prima sala è diventata un atrio: la porta a sinistra dà accesso allo studio Cordati, la seconda al mio appartamento. Quest’ultimo è stato ristrutturato secondo i miei desideri dopo avere tolto tutti i mobili, tutti gli oggetti e i quadri, eliminato l’impianto luminoso che era organizzato secondo il criterio da “galleria d’arte”, ho fatto murare due porte, innalzare una parete, ho ristrutturato e attivato un bagno che era abbandonato da anni, stuccato ed imbiancato le pareti, i serramenti, ed infine recuperato il vecchio pavimento di cotto che negli anni ’50 era stato purtroppo verniciato. Ora questo luogo è pronto per essere vissuto e sarà visitato come si visita una casa privata, ossia quando vorrò io, in base ai miei umori, al desiderio di invitare o no le persone che amo.”
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Opera per Palazzo Cordati, 1996
Mi è stata commissionata da Gualtiero e Maria un’opera per Palazzo Cordati. Il luogo dell’intervento è qui, dove aveva sede il museo-studio del pittore novecentista Bruno Cordati. Il museo esiste ancora, ma invece di estendersi in tutte le sale, ora ne occupa solo quattro poiché delle rimanenti me ne sono impossessato per farne una casa che possiederò fino ad ottobre. La prima sala è diventata un atrio: la porta a sinistra dà accesso allo studio Cordati, la seconda al mio appartamento. Quest’ultimo è stato ristrutturato secondo i miei desideri dopo avere tolto tutti i mobili, tutti gli oggetti e i quadri, eliminato l’impianto luminoso che era organizzato secondo il criterio da “galleria d’arte”, ho fatto murare due porte, innalzare una parete, ho ristrutturato e attivato un bagno che era abbandonato da anni, stuccato ed imbiancato le pareti, i serramenti, ed infine recuperato il vecchio pavimento di cotto che negli anni ’50 era stato purtroppo verniciato. Ora questo luogo è pronto per essere vissuto e sarà visitato come si visita una casa privata, ossia quando vorrò io, in base ai miei umori, al desiderio di invitare o no le persone che amo.
Le sala di Palazzo Cordati dopo l’intervento. -

Opera per Palazzo Cordati, 1996
Mi è stata commissionata da Gualtiero e Maria un’opera per Palazzo Cordati. Il luogo dell’intervento è qui, dove aveva sede il museo-studio del pittore novecentista Bruno Cordati. Il museo esiste ancora, ma invece di estendersi in tutte le sale, ora ne occupa solo quattro poiché delle rimanenti me ne sono impossessato per farne una casa che possiederò fino ad ottobre. La prima sala è diventata un atrio: la porta a sinistra dà accesso allo studio Cordati, la seconda al mio appartamento. Quest’ultimo è stato ristrutturato secondo i miei desideri dopo avere tolto tutti i mobili, tutti gli oggetti e i quadri, eliminato l’impianto luminoso che era organizzato secondo il criterio da “galleria d’arte”, ho fatto murare due porte, innalzare una parete, ho ristrutturato e attivato un bagno che era abbandonato da anni, stuccato ed imbiancato le pareti, i serramenti, ed infine recuperato il vecchio pavimento di cotto che negli anni ’50 era stato purtroppo verniciato. Ora questo luogo è pronto per essere vissuto e sarà visitato come si visita una casa privata, ossia quando vorrò io, in base ai miei umori, al desiderio di invitare o no le persone che amo.
Nell’immagine due delle stanze dello studio del pittore. Le rimanenti sono state ristrutturate per essere abitate da me e dalla mia famiglia… -

Opera per Palazzo Cordati, 1996
Mi è stata commissionata da Gualtiero e Maria un’opera per Palazzo Cordati. Il luogo dell’intervento è qui, dove aveva sede il museo-studio del pittore novecentista Bruno Cordati. Il museo esiste ancora, ma invece di estendersi in tutte le sale, ora ne occupa solo quattro poiché delle rimanenti me ne sono impossessato per farne una casa che possiederò fino ad ottobre. La prima sala è diventata un atrio: la porta a sinistra dà accesso allo studio Cordati, la seconda al mio appartamento. Quest’ultimo è stato ristrutturato secondo i miei desideri dopo avere tolto tutti i mobili, tutti gli oggetti e i quadri, eliminato l’impianto luminoso che era organizzato secondo il criterio da “galleria d’arte”, ho fatto murare due porte, innalzare una parete, ho ristrutturato e attivato un bagno che era abbandonato da anni, stuccato ed imbiancato le pareti, i serramenti, ed infine recuperato il vecchio pavimento di cotto che negli anni ’50 era stato purtroppo verniciato. Ora questo luogo è pronto per essere vissuto e sarà visitato come si visita una casa privata, ossia quando vorrò io, in base ai miei umori, al desiderio di invitare o no le persone che amo.
Nell’immagine due delle stanze dello studio del pittore. Le rimanenti sono state ristrutturate per essere abitate da me e dalla mia famiglia… -

Senza titolo, 1997
Sensori, lucemisura ambienteNelle abitazioni adiacenti lo spazio espositivo sono stati collocati dei sensori in grado di registrare i movimenti delle persone che vi abitano: quando un vicino di casa si muove nella stanza attigua, sul muro corrispondente dello spazio si accende una lampadina.
La luce aumenta di intensità per 30-40 secondi e poi si spegne. -

L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città, 1998/2000
Lucemisura ambienteAd ogni nascita un’ostetrica o un genitore pigiando il pulsante attiva l’accensione dei lampioni della piazza Dante.
L’intervento in questa piazza di Bergamo tiene conto di ciò che già era esistente in questo spazio: la luce dei lampioni è la vera protagonista dell’opera. Infatti, per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nascerà un bambino negli ospedali della città, essa aumenterà di intensità in maniera graduale con una luminosità sempre più forte che lentamente, dopo circa trenta secondi, decrescerà fino a tornare alla media costante di illuminazione. Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’entusiastica collaborazione dei reparti di maternità; infatti, in una stanza attigua alla sala parto basterà premere un pulsante nel momento della nascita di un bambino e tutta la piazza si illuminerà. Accanto al pulsante una scritta: In questo momento qualcuno guardando una luce saprà che è nato un bambino. Inoltre, in prossimità dei lampioni è stata posta nella pavimentazione una grande pietra in cui è inciso un testo che racconta ai passanti il procedimento dell’opera. Questo testo vuole trasformare la piazza in un luogo di attesa, anche quando le luci potrebbero essere spente.
L’iscrizione dice: “I lampioni di questa piazza sono collegati con il reparto matrenità degli ospedali riuniti. Ogni volta che la luce lentamente pulserà vorrà dire che è nato un bambino
L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città.” -

L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città, 1998/2000
Lucemisura ambiente“Quando lavoro all’interno di un museo o di una galleria voglio agire con la massima libertà, ma nel territorio e nella città sento il dovere di pormi in un atteggiamento di ascolto e di rispetto nei confronti dei luoghi, del tessuto urbano preesistente e della sensibilità dei cittadini che vi abitano”.
Da qui nasce l’idea di un’opera che si collega con un territorio specifico e con la sua popolazione, cercando di entrare in modo discreto, senza invadere i luoghi e creando il minimo impatto ambientale. L’intervento in questa piazza di Bergamo tiene conto di ciò che già era esistente in questo spazio: la luce dei lampioni è la vera protagonista dell’opera. Infatti, per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nascerà un bambino negli ospedali della città, essa aumenterà di intensità in maniera graduale con una luminosità sempre più forte che lentamente, dopo circa trenta secondi, decrescerà fino a tornare alla media costante di illuminazione.
Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’entusiastica collaborazione dei reparti di Maternità; infatti, in una stanza attigua alla sala parto basterà premere un pulsante nel momento della nascita di un bambino e tutta la piazza si illuminerà. Accanto al pulsante una scritta: IN QUESTO MOMENTO QUALCUNO GUARDANDO UNA LUCE SAPRÀ CHE È NATO UN BAMBINO. Inoltre, in prossimità dei lampioni, è stata posta nella pavimentazione una grande pietra in cui è inciso un testo che racconta ai passanti il procedimento dell’opera. Questo testo vuole trasformare la piazza in un luogo di attesa anche quando le luci potrebbero essere spente. L’iscrizione dice: I LAMPIONI DI QUESTA PIAZZA SONO COLLEGATI CON IL REPARTO MATERNITÀ DEGLI OSPEDALI RIUNITI. OGNI VOLTA CHE LA LUCE LENTAMENTE PULSERÀ
VORRÀ DIRE CHE È NATO UN BAMBINO. L’OPERA È DEDICATA A LUI E AI NATI OGGI IN QUESTA CITTÀ.
Opera donata alla città dall’Associazione Costruttori Edili della Provincia di Bergamo. -

Matassa di filo di Km 1073.500: è la distanza dalla porta della mia casa a Milano alla porta del Museo S.M.A.K. di Gent, 1999
Filokm 1.073,500Lavoro già presentato alla galleria Galliani nel 1997 e riproposto a Watou in occasione della mostra Poeziezommer 1999, a cura del museo SMAK di Gent.
Matassa di filo di Km 1073.500: è la distanza dalla porta della mia casa a Milano alla porta del Museo S.M.A.K. di Gent, in Belgio. -

Progetto per Piazza della Libertà, Bergamo, 1999
Lucemisura ambienteProgetto vincitore del concorso indetto dall’Associazione Costruttori Edili della Provincia di Bergamo. L’intervento è previsto nell’ambito della sistemazione definitiva della Piazza della Libertà (arch. Bergonzi, anni Trenta) che prevede l’installazione di 8 lampioni laterali lungo il fronte degli edifici della piazza.
Il progetto consiste nel posizionamento di un sistema elettronico che, ogni volta che nascerà un bambino negli Ospedale Riuniti di Bergamo, provocherà un aumento graduale dell’intensità della luce dei lampioni, per circa 40 secondi. La realizzazione è possibile grazie alla collaborazione del reparto maternità: basterà premere un interruttore al momento di ogni nuova nascita e tutta la piazza si illuminerà di rosa o azzurro. Inoltre alla base dei lampioni, attorno alla piazza, saranno scolpite scritte che racconteranno il significato dell’opera. -

Progetto per la Chiesa di San Rocco, Genova , 1999
Lucemisura ambienteProgetto per un’opera d’arte da installare nella chiesa di San Rocco a Genova. Partendo dal presupposto che i fedeli riuniti nella comunità della Chiesa ne costituiscano la sua stessa essenza, ho progettato un’opera che coinvolgesse tutte le 3.500 famiglie della parrocchia.
La parte absidale sarà dunque rivestita da 3.500 piccole lampadine: in ogni casa ci sarà un bottone collegato con ciascuna di esse, cosicché chiunque, dalla propria abitazione, in qualunque ora del giorno o della notte, possa, premendolo, attivare l’accensione di una piccola luce nella Chiesa come segno spirituale e di preghiera.
Immagino dunque una grande parete pulsante qua e là di luci che raccolga anche in relazione alle festività o alla liturgia il pensiero della partecipazione religiosa di tutti i fedeli della parrocchia. -

Dedicato alle ragazze e ai ragazzi che in queste stanze hanno ballato, 2000
Sensori, amplificatore, lettore CD, cassemisura ambienteA causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale molti abitanti di Valmontone si rifugiarono in questo palazzo.
Lo spazio è permeato dalle storie di vita delle 400 persone che qui hanno abitato per anni; non ho considerato questo spazio come uno spazio museale, ma come un luogo pubblico, come una piazza, una strada, patrimonio collettivo.
Bisogna assumersi la responsabilità storica di ritrovare relazione con la realtà della vita soprattutto in questo momento che vede il sistema dell’arte allontanarsi sempre di più da essa. Dunque l’architettura è innanzitutto uno spazio vissuto, un luogo dove si intrecciano relazioni ed in cui le emozioni trovano respiro ed espressione.
I sentimenti e la vita vissuta sono appunto gli angoli di visuale dai quali Garutti ha osservato il palazzo e pensato il suo lavoro nella Sala del principe. Destinato sin dalle origini a luogo di ricevimento, questo spazio conservò tale funzione anche dopo il trasferimento degli sfollati, diventando il salone delle feste dove la gente si incontrava per ballare e per rimuovere i dolorosi ricordi della guerra.
Nove sensori applicati sulle pareti della stanza sono collegati ad un sistema di amplificazione collocato su alcuni punti esterni dell’edificio. Quando un sensore rileva la presenza di una o più persone, nei luoghi circostanti il palazzo risuona un motivo musicale suggerito dagli stessi abitanti che l’artista ha più volte incontrato nei mesi scorsi. Gli stessi cittadini hanno ritrovato i vecchi dischi originali poi riprodotti su cd.
Nella sala, la musica si sente in lontananza provenire da un altoparlante che è installato sul balcone, rivolto alla città: non è solo per gli spettatori del mondo dell’arte, ma sopratutto per i cittadini. E poi voglio oppormi all’idea retorica del sistema dell’arte che spesso occupa gli spazi in maniera invasiva.
Sono i cittadini che hanno ballato, vissuto, amato in questo salone ad aver scelto le canzoni ed è proprio a loro che l’opera quasi invisibile si rivolge. -

Dedicato alle ragazze e ai ragazzi che in queste stanze hanno ballato, 2000
Sensori, amplificatore, lettore CD, cassemisura ambienteL’opera, installata nella Sala del Principe del Palazzo Doria Pamphilij, trae ispirazione dallo stesso spazio espositivo che la accoglie nel quale, dopo la seconda guerra mondiale, si rifugiarono i molti abitanti di Valmontone che avevano perso la loro casa per via dei bombardamenti. In particolare, la sala a disposizione veniva utilizzata dai giovani di allora come sala da ballo in cui ritrovarsi festosamente per rimuovere i dolorosi ricordi della guerra. Sulle pareti della sala sono stati collocati nove sensori collegati a altrettanti altoparlanti disposti in alcune vie limitrofe all’edificio.
Ogniqualvolta uno spettatore si fosse mosso al’interno della sala, da essi sarebbe risuonato un motivo musicale, uno dei vecchi brani scelti dagli stessi abitanti di Valmontone. I cittadini, sentendo le vecchie canzoni di un tempo, divenivano così consapevoli che qualcuno in quel momento si muoveva negli spazi dove in passato avevano ballato, vissuto, amato. -

Che cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno?, 2000-2004
Sedie, panche, tavoli, pittura fosforescentemisura ambienteMario Tedeschi“…Penso la casa quando non è abitata: immagino che gli oggetti, le cose, i mobili vedano la luce del giorno e della notte, sentano suoni e rumori provenire da luoghi vicini o lo squillo del telefono risuonare nella stanza….”.
Mentre il Padiglione d’Arte Contemporanea chiude, si spengono le luci e i guardiani se ne vanno, alcuni dei mobili (sedie, panche e tavoli) già presenti nell’arredo del PAC e distribuiti in tutto lo spazio espositivo si illuminano perché dipinti con una pittura fosforescente. Questi oggetti, domestici e quotidiani, si mimetizzano nell’ambiente circostante, tanto da non essere riconosciuti come arte. Il pubblico non li vedrà se non come semplici oggetti d’arredo. Solo nella fotografia riprodotta nel catalogo, che l’artista considera vera parte integrante di questo lavoro, sarà possibile vedere i mobili illuminati. Viene modificata così la percezione che il pubblico ha dell’opera: essa si può solo immaginare, pensare, aspettare.
E’ in questa tensione immateriale che si svela la natura del lavoro. L’opera si realizza solo nell’incontro con lo spettatore, a cui si chiede un paziente sforzo nel cercarla. Non tutti gli uomini possono partecipare al dialogo silenzioso tra le cose, sono ammessi solo coloro che sono in grado di percepire la sottile delicatezza di tale operazione. -

Corale Vincenzo Bellini, 2000
In occasione dell’edizione “Arte all’Arte 2000” è stata realizzata un’opera dedicata agli abitanti di Colle Val d’Elsa. Consiste nella ristrutturazione di un edificio cinquecentesco sede di un gruppo musicale della città.
Mi piace pensare che l’arte contemporanea arrivi in un piccolo paese, tocchi un edificio caro ai cittadini, se ne impossessi risistemandolo completamente e che ancora l’arte, in questo caso l’arte della musica venga restituita alla collettività con un concerto bellissimo nel giorno dell’inaugurazione come segno tangibile di un “incontro”.
E’ necessario che l’opera d’arte contemporanea ritrovi, quando ha a che fare con uno spazio pubblico, relazione con la gente che vi abita. Per questo motivo il testo inciso sulla lapide è da ritenersi parte integrante del lavoro. Voglio che lo sforzo “nell’andare verso” abbia un valore sostanziale in tutto il procedimento.
La definisco “ristrutturazione sentimentale”; probabilmente un’architetto l’avrebbe fatta meglio di me.. ciò che mi preme è pensare alla responsabilità che un artista deve avere nei confronti di un’intervento nella città; …non mi interessa il piedistallo retorico dell’arte, voglio essere al servizio della città; la lapide, il cui testo è qui riportato, non è un’autocelebrazione ma al contrario esprime la necessità di rendere comprensibile a tutti il procedimento dell’opera:
“In questo edificio vi è la sede della corale Vincenzo Bellini.
L’incontro con numerosi cittadini di Colle di Val d’Elsa ha fatto sì che io conoscessi questo luogo a loro molto caro. Ho deciso che la mia opera destinata alla città per l’edizione di Arte all’Arte 2000, si concretizzasse nella ristrutturazione di questo edificio bisognoso di molte cure. Tutto il tempo e il lavoro prestato hanno avuto come spinta ideale la costruzione di un incontro tra l’arte e la realtà della vita di questa città, nel tentativo di toccare la sensibilità delle persone che vi abitano. Quest’opera è dedicata a loro e a tutti quelli che, passando di qui, sentiranno provenire una musica da questa casa. -

Corale Vincenzo Bellini, 2000
In occasione dell’edizione “Arte all’Arte 2000” è stata realizzata un’opera dedicata agli abitanti di Colle Val d’Elsa. In occasione dell’edizione “Arte all’Arte 2000” è stata realizzata un’opera dedicata agli abitanti di Colle Val d’Elsa. Il lavoro consiste nella ristrutturazione di un edificio cinquecentesco, sede di un gruppo musicale della città. “Mi piace pensare che l’arte contemporanea arrivi in un piccolo paese, tocchi un edificio caro ai cittadini, se ne impossessi risistemandolo completamente e che in questo caso l’Arte della Musica venga restituita alla collettività con un concerto nel giorno dell’inaugurazione, come segno tangibile di un avvenuto incontro. Penso che sia necessario per l’opera d’arte ritrovare una dimensione differente nel momento in cui ha a che fare con lo spazio pubblico, intessendo una relazione con la gente che vi abita. Quest’opera parla allora di una “ristrutturazione sentimentale” di cui il fattore che maggiormente mi interessa è il mio mettermi al servizio delle persone, il mio interrogarmi come artista nei confronti di un intervento all’interno della città. Anche per questo motivo il testo inciso sulla lapide, è parte del lavoro, segnale del suo sforzo, del suo “andare verso” i cittadini. Il testo infatti esprime non una celebrazione dell’opera, quanto la necessità di rendere il procedimento compiuto comprensibile a chiunque: “In questo edificio vi è la sede della corale Vincenzo Bellini. L’incontro con numerosi cittadini di Colle di Val d’Elsa ha fatto sì che io conoscessi questo luogo a loro molto caro. Ho deciso che la mia opera destinata alla città per l’edizione di Arte all’Arte 2000, si concretizzasse nella ristrutturazione di questo edificio bisognoso di molte cure. Tutto il tempo e il lavoro prestato hanno avuto come spinta ideale la costruzione di un incontro tra l’arte e la realtà della vita di questa città, nel tentativo di toccare la sensibilità delle persone che vi abitano. Questa opera è dedicata a loro e a tutti quelli che, passando di qui, sentiranno provenire una musica da questa casa”.
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L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città, 2000
Lucemisura ambienteL’intervento in questa piazza di Gent tiene conto di ciò che già era esistente in questo spazio: la luce dei lampioni è la vera protagonista dell’opera. Infatti, per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nascerà un bambino negli ospedali della città, essa aumenterà di intensità in maniera graduale con una luminosità sempre più forte che lentamente, dopo circa trenta secondi, decrescerà fino a tornare alla media costante di illuminazione.
Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’entusiastica collaborazione dei reparti di maternità; infatti, in una stanza attigua alla sala parto basterà premere un pulsante nel momento della nascita di un bambino e tutta la piazza si illuminerà. Accanto al pulsante una scritta: “In questo momento qualcuno guardando una luce saprà che è nato un bambino”.
Inoltre, in prossimità dei lampioni è stata posta nella pavimentazione una grande pietra in cui è inciso un testo che racconta ai passanti il procedimento dell’opera. Questo testo vuole trasformare la piazza in un “luogo di attesa”, anche quando le luci potrebbero essere spente.
L’iscrizione dice: “I lampioni di questa piazza sono collegati con il reparto maternità degli ospedali di Gent. Ogni volta che la luce lentamente pulserà vorrà dire che è nato un bambino. L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città.” -

L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città, 2000
Lucemisura ambienteL’intervento in questa piazza di Gent tiene conto di ciò che già era esistente in questo spazio: la luce dei lampioni è la vera protagonista dell’opera. Infatti, per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nascerà un bambino negli ospedali della città, essa aumenterà di intensità in maniera graduale con una luminosità sempre più forte che lentamente, dopo circa trenta secondi, decrescerà fino a tornare alla media costante di illuminazione.
Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’entusiastica collaborazione dei reparti di maternità; infatti, in una stanza attigua alla sala parto basterà premere un pulsante nel momento della nascita di un bambino e tutta la piazza si illuminerà. Accanto al pulsante una scritta: “In questo momento qualcuno guardando una luce saprà che è nato un bambino”.
Inoltre, in prossimità dei lampioni è stata posta nella pavimentazione una grande pietra in cui è inciso un testo che racconta ai passanti il procedimento dell’opera. Questo testo vuole trasformare la piazza in un “luogo di attesa”, anche quando le luci potrebbero essere spente.
L’iscrizione dice: “I lampioni di questa piazza sono collegati con il reparto maternità degli ospedali di Gent. Ogni volta che la luce lentamente pulserà vorrà dire che è nato un bambino. L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città.” -

L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città, 2000
Lucemisura ambiente“Quando lavoro all’interno di un museo o di una galleria voglio agire con la massima libertà, ma nel territorio e nella città sento il dovere di pormi in un atteggiamento di ascolto e di rispetto nei confronti dei luoghi, del tessuto urbano preesistente e della sensibilità dei cittadini che vi abitano”. Da qui nasce l’idea di un’opera che si collega con un territorio specifico e con la sua popolazione, cercando di entrare in modo discreto, senza invadere i luoghi e creando il minimo impatto ambientale. L’intervento in questa piazza di Gent tiene conto di ciò che già era esistente in questo spazio: la luce dei lampioni è la vera protagonista dell’opera. Infatti, per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nascerà un bambino negli ospedali della città, essa aumenterà di intensità in maniera graduale con una luminosità sempre più forte che lentamente, dopo circa trenta secondi, decrescerà fino a tornare alla media costante di illuminazione. Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’entusiastica collaborazione dei reparti di Maternità; infatti, in una stanza attigua alla sala parto basterà premere un pulsante nel momento della nascita di un bambino e tutta la piazza si illuminerà. Accanto al pulsante una scritta: IN QUESTO MOMENTO QUALCUNO GUARDANDO UNA LUCE SAPRÀ CHE È NATO UN BAMBINO. Inoltre, in prossimità dei lampioni, è stata posta nella pavimentazione una grande pietra in cui è inciso un testo che racconta ai passanti il procedimento dell’opera. Questo testo vuole trasformare la piazza in un luogo di attesa anche quando le luci potrebbero essere spente. L’iscrizione dice: I LAMPIONI DI QUESTA PIAZZA SONO COLLEGATI CON IL REPARTO MATERNITÀ DEGLI OSPEDALI DI GENT. OGNI VOLTA CHE LA LUCE LENTAMENTE PULSERÀ VORRÀ DIRE CHE È NATO UN BAMBINO. L’OPERA È DEDICATA A LUI E AI NATI OGGI IN QUESTA CITTÀ.
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Piccolo Museion, 2001-2003
Cemento, vetrom 3,20 x 3,20 x 3,201. Introduzione
La realizzazione di un’opera destinata ad uno spazio pubblico impone un atteggiamento di ascolto nei confronti dei luoghi, del tessuto urbano preesistente e della sensibilità dei cittadini che vi abitano. Mi piace pensare di intervenire dentro la città sapendo rinunciare a qualunque tipo di ostentazione, assumendo così la responsabilità etica di un approccio metodologico che assecondi le esigenze della committenza: gli abitanti sono i destinatari dell’opera e in un certo senso anche i committenti. È stimolante cercare nella complessità dei condizionamenti, possibili nuove strade, imprevedibili
sviluppi del pensiero ed un nuovo progetto. Vedo per l’artista che incontra la città un’occasione straordinaria per ridare valore e forma etica all’operazione artistica; nell’approccio sentimentale con quell’umanità che non è il pubblico dell’arte, ma più in generale la gente comune, sento di dover scendere da quel piedistallo che proprio lo status di artista mi concede, così da dare vita ad un dialogo in cui l’opera sia protagonista e diventi il vero legame tra me, il mio intervento e il contesto urbano e sociale.
2. L’opera
Il mio progetto colloca nell’area del parco giochi del quartiere Don Bosco un parallelepipedo di cemento e vetro delle misure di 3,20 x 3,20 x 3,20 m; avvicinandosi all’oggetto, un sensore farà accendere l’illuminazione interna della piccola architettura. Non è possibile entrare nella struttura, ma soltanto osservare dall’esterno. Il parallelepipedo conterrà un’opera del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano scelta da me che resterà in esposizione per circa tre mesi, per poi essere sostituita da un altro lavoro. Sarà previsto un programma di esposizioni sempre da me coordinato che si svilupperà nel tempo. Ogni esibizione prevederà l’esposizione di una sola opera alla volta.
3. I temi
L’idea generatrice di questo lavoro propone l’opera pubblica come un servizio culturale e “sentimentale” per gli osservatori, i cittadini, “ideali committenti”. Una particella del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano si sposta dal centro all’esterno della città e si inserisce in un contesto a lei apparentemente estraneo, quello della periferia. Ho scelto questa periferia proprio per dare maggior valore e senso ad un’operazione artistica che non è finalizzata alla produzione di un oggetto (un quadro, una scultura, un’istallazione), ma a generare delle relazioni; produce tensioni positive tra il sistema dell’arte e la gente, tra il centro e i margini della struttura urbana, tra il museo e la città. La periferia è oggi il luogo più denso dello spazio abitato, è il luogo delle stratificazioni sociali e delle modificazioni urbane, è il punto di partenza per le città future non più generate per irraggiamento del centro: è lo spazio oggi più vivo. Il mio lavoro non propone una decentralizzazione della struttura dell’arte a Bolzano, ma nasce nell’idea di sviluppare una molteplicità di centri: l’Arte esce fisicamente dal museo e ritrova una relazione con il contesto urbano e sociale. Il micro-museo creato diviene oggetto del quotidiano per la gente del quartiere, allo stesso tempo scatola di meraviglie e generatore d’arte nello spazio pubblico della città della vita. -

Che cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno?, 2001
Libreria, tavolo, sedia, smalto fosforescentemisura ambienteQuest’opera mi è stata commissionata dall’Associazione culturale “Vista mare” per la mostra “Camera Italia”, curata da Giacinto Di Pietrantonio. Il lavoro consisteva nel realizzare un’opera che fosse al contempo in grado di offrire una soluzione pratica all’accoglimento dei visitatori della mostra a cui partecipavano altri 8 artisti: Carla Accardi, Enzo Cucchi, Ettore Spalletti, Vanessa Beecroft, Michelangelo Pistoletto, Gino De Dominicis, Mario Airo’, Daniele Puppi, Aressandro Mendini. “Ho così realizzato dei normali elementi di arredo; un tavolo, una libreria e una sedia che rispondessero alle precise esigenze dei committenti. Ma con un piccolo segreto: questi mobili sono laccati con uno smalto fosforescente che una volta spenta la luce si illuminano.” Il titolo di questo lavoro è: “Che cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno?”: “ho pensato all’enigmaticità della casa quando non è abitata, immaginando che gli oggetti, le cose, i mobili possano vedere la luce del giorno e della notte, sentano suoni e rumori provenire da luoghi vicini o lo squillo del telefono risuonare nella stanza….” Quando nella galleria si spengono le luci e i guardiani se ne vanno, alcuni dei mobili nello spazio espositivo si illuminano perché dipinti con una pittura fosforescente. Questi oggetti, domestici e quotidiani, si mimetizzano nell’ambiente circostante, tanto da non essere riconosciuti come arte. Il pubblico non li vedrà se non come semplici oggetti d’arredo. Solo nella fotografia riprodotta nel catalogo, che l’artista considera vera parte integrante di questo lavoro, sarà possibile vedere i mobili illuminati. Viene modificata così la percezione che il pubblico ha dell’opera: essa si può solo immaginare, pensare, aspettare. E’ in questa tensione immateriale che si svela la natura del lavoro: l’opera si realizza infatti solo nell’incontro con lo spettatore, a cui si chiede un paziente sforzo nel cercarla. Non tutti gli uomini possono partecipare al dialogo silenzioso tra le cose, sono ammessi solo coloro che sono in grado di percepire la sottile delicatezza di tale operazione.
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L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città, 2001
Lucemisura ambiente“Quando lavoro all’interno di un museo o di una galleria voglio agire con la massima libertà, ma nel territorio e nella città sento il dovere di pormi in un atteggiamento di ascolto e di rispetto nei confronti dei luoghi, del tessuto urbano preesistente e della sensibilità dei cittadini che vi abitano”. Da qui nasce l’idea di un’opera che si collega con un territorio specifico e con la sua popolazione, cercando di entrare in modo discreto, senza invadere i luoghi e creando il minimo impatto ambientale. L’intervento tiene conto di ciò che già era esistente in questo spazio: la luce dei lampioni è la vera protagonista dell’opera. Infatti, per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nascerà un bambino nell’Ospedale Zeynep della città, essa aumenterà di intensità in maniera graduale con una luminosità sempre più forte che lentamente, dopo circa trenta secondi, decrescerà fino a tornare alla media costante di illuminazione. Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’entusiastica collaborazione dei reparti di Maternità; infatti, in una stanza attigua alla sala parto basterà premere un pulsante nel momento della nascita di un bambino e tutta la piazza si illuminerà. Accanto al pulsante una scritta che in lingua turca dice: IN QUESTO MOMENTO QUALCUNO GUARDANDO UNA LUCE SAPRÀ CHE È NATO UN BAMBINO. L’opera è stata integrata con molti manifesti pubblicitari installati in varie zone della città che sono parte integrante dell’opera. In essi è raccontato il pensiero del lavoro, che non si rivolge ai curatori della mostra o ai collezionisti e galleristi soltanto, ma soprattutto agli abitanti della città. Ho voluto usare il linguaggio della pubblicità perché è il linguaggio che più facilmente è compreso dalla gente. Questa comunicazione vuole trasformare il ponte, che è già un simbolo di relazione, in un luogo di attesa anche quando le luci potrebbero essere spente. L’iscrizione dice: I LAMPIONI SU QUESTO PONTE DEL BOSFORO SONO COLLEGATI CON IL REPARTO MATERNITÀ DELL’OSPEDALE ZEYNEP. OGNI VOLTA CHE LA LUCE LENTAMENTE PULSERÀ VORRÀ DIRE CHE È NATO UN BAMBINO. L’OPERA È DEDICATA A LUI E AI NATI OGGI IN QUESTA CITTÀ.
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Wir sind die Anderen, 2001
ManifestoNella primavera del 2001 ho incontrato Jan Hoet che mi ha invitato insieme ad
altri 49 artisti alla mostra di manifesti il cui titolo è: “Noi siamo gli altri”.
La mostra è curata da lui stesso e Ann Demeester a Herford, in Germania.
L’idea era quella di sensibilizzare gli abitanti della città di Herford all’incontro tra arte contemporanea e cultura della vita ed era punto di partenza per una serie di mostre con lo stesso segno: l’arte entrava così in circolo, penetrando nelle vie della città, nelle piazze, rendendosi evidente, esponendosi, presentandosi nella vita dei cittadini di Herford, come elemento capace di attrarre e di farsi catalizzatore di nuovi eventi. -

Storie d’amore, 2002
Fotografiamisura ambienteStorie d’amore
Come tutti gli ospedali anche l’ospedale S. Andrea non è solo un luogo di sofferenza di speranza, ma anche di lavoro e di vita, dove la collettività dei suoi impiegati trova nelle relazioni interpersonali energie ed interazioni differenti. La frequentazione quotidiana tra i dipendenti fa sì che si stabiliscano, al di là degli impegni o dei ruoli professionali, rapporti di solidarietà e collaborazione, di competitività o di conflittualità, complicità e, qualche volta, anche di ostilità, di amicizia e d’amore. Ho realizzato un’opera che racconta storie di vita proprio di coloro che qui vivono: un’opera sulle storie d’amore nate all’interno dell’Ospedale. Non voglio soffermarmi sulle storie che vogliono essere segrete, ma su quelle ufficiali di cui si possa, con la complicità degli stessi protagonisti, liberamente parlare. Anzi questo lavoro è nato attraverso la collaborazione delle persone che vi hanno preso parte. Sono nate così conversazioni vicine al ”pettegolezzo”, dando però a questo termine una connotazione “buona” e non negativa come comunemente si intende. In questo modo l’opera che per costituirsi è nata da un “pettegolezzo buono” inevitabilmente si è propagata ancora come “pettegolezzo buono”. Infatti durante il procedere del lavoro, anche le persone non direttamente coinvolte nel progetto, hanno contribuito “chiacchierando” in maniera divertita e partecipata allo sviluppo dell’opera. Molti hanno riconosciuto i luoghi, le storie descritte ed altrettanti si sono identificati sentimentalmente in esse. Il pettegolezzo ed il “passaparola”, da sempre elementi fondamentali alla trasmissione della cultura e dell’informazione, sono così stati indispensabili alla realizzazione dell’opera. Grazie al “pettegolezzo” ed al suo imprevedibile propagarsi ho incontrato alcune coppie che hanno offerto la loro collaborazione: ho chiesto loro dove per la prima volta i loro sguardi “amorosi” si sono incontrati. Mi hanno indicato il luogo esatto dell’incontro e quel punto preciso è stato il soggetto della fotografia esposta. Ogni immagine è accompagnata da una dedica ai due innamorati. Gli stessi hanno scelto le cornici in base loro gusti. -

Per gli abitanti delle case, 2002
Sensori, lucemisure ambienteL’opera realizzata per la città di Kanazawa è stata finanziata dal 21th Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa, dall’Università della città. Ogni anno per “Artist in residence” viene invitato una artista: nel 2001 Anish Kapoor, nel 2000 Fabrice Hybert, nel 2002 Alberto Garutti. In questo ultimo caso Il Museo ha dato una indicazione tematica: ” la città è il Museo, il Museo è la città”. Si è cercato così di avvicinare la cittadinanza all’arte contemporanea in previsione della costruzione del nuovo museo progettato dagli architetti Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, inaugurato nel 2004. “L’area di intervento è stata la stessa in cui sarebbe sorto il nuovo museo ed in particolare ho pensato alle case che si affacciavano su questo grande spazio…ho immaginato molte persone che un giorno dalle loro finestre avrebbero guardato questo grande edificio, ho pensato alla convivenza con questa architettura così specializzata e così apparentemente estranea alla loro vita. Ho immaginato le facciate di queste case con molte lampade installate sui muri esterni, che si accendono e si spengono ad ogni movimento dentro alle case: ho pensato che ogni luce che si accende racconta la vita dentro di esse. In qualche modo è come se abitassi con loro: tutti abitiamo le nostre case allo stesso modo, in ogni parte del mondo.” L’installazione luminosa è stata realizzata con la complicità dei cittadini che abitano dentro alle case: sulle facciate di alcuni edifici sono state fissate delle lampade che si accendono e si spengono quando qualcuno dentro alle stanze si muove: gli abitanti sono stati informati e in buona parte si sono resi collaborativi consentendo ai tecnici di installare dei sensori. “Mi sono incontrato con ogni famiglia: qualcuno per timidezza non ha accettato, ma molti, entusiasti e divertiti, hanno partecipato al progetto. Si è stabilito un rapporto personale che ha reso ogni persona consapevole di essere protagonista dell’operazione. Per integrare il lavoro è stata progettata una grande immagine pubblicitaria: sono stati installati per le vie della città una serie di grandi manifesti con la fotografia delle case con le luci accese qua e là. Ho deciso di utilizzare il linguaggio della pubblicità per farlo arrivare con facilità alle persone e far sì che l’operazione fosse compresa indipendentemente dal suo essere percepita e considerata come opera d’arte.”
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Per gli abitanti delle case, 2002
Manifesti pubblicitarim 3 x 10L’opera realizzata per la città di Kanazawa è stata finanziata dal 21th Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa, dall’Università della città. Ogni anno per “Artist in residence” viene invitato una artista: nel 2001 Anish Kapoor, nel 2000 Fabrice Hybert, nel 2002 Alberto Garutti. In questo ultimo caso Il Museo ha dato una indicazione tematica: ” la città è il Museo, il Museo è la città”. Si è cercato così di avvicinare la cittadinanza all’arte contemporanea in previsione della costruzione del nuovo museo progettato dagli architetti Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, inaugurato nel 2004. “L’area di intervento è stata la stessa in cui sarebbe sorto il nuovo museo ed in particolare ho pensato alle case che si affacciavano su questo grande spazio…ho immaginato molte persone che un giorno dalle loro finestre avrebbero guardato questo grande edificio, ho pensato alla convivenza con questa architettura così specializzata e così apparentemente estranea alla loro vita. Ho immaginato le facciate di queste case con molte lampade installate sui muri esterni, che si accendono e si spengono ad ogni movimento dentro alle case: ho pensato che ogni luce che si accende racconta la vita dentro di esse. In qualche modo è come se abitassi con loro: tutti abitiamo le nostre case allo stesso modo, in ogni parte del mondo.” L’installazione luminosa è stata realizzata con la complicità dei cittadini che abitano dentro alle case: sulle facciate di alcuni edifici sono state fissate delle lampade che si accendono e si spengono quando qualcuno dentro alle stanze si muove: gli abitanti sono stati informati e in buona parte si sono resi collaborativi consentendo ai tecnici di installare dei sensori. “Mi sono incontrato con ogni famiglia: qualcuno per timidezza non ha accettato, ma molti, entusiasti e divertiti, hanno partecipato al progetto. Si è stabilito un rapporto personale che ha reso ogni persona consapevole di essere protagonista dell’operazione. Per integrare il lavoro è stata progettata una grande immagine pubblicitaria: sono stati installati per le vie della città una serie di grandi manifesti con la fotografia delle case con le luci accese qua e là. Ho deciso di utilizzare il linguaggio della pubblicità per farlo arrivare con facilità alle persone e far sì che l’operazione fosse compresa indipendentemente dal suo essere percepita e considerata come opera d’arte.”
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Irrigatori, 2003
Tubature metalliche, ugelli per la diffusione e la vaporizzazione dell’acquaaltezze variabili di cm 900, cm 600, cm 180L’idea generatrice di questo lavoro pone al centro il ruolo dell’opera come strumento utile in senso estetico, tecnico e ambientale.
Definisco la mia opera un lavoro che si origina anche sul metodo e sui procedimenti del fare arte.
Il percorso realizzativo (l’insieme delle connessioni con la realtà) e il processo mentale che si antepongono alla realizzazione fisica del lavoro risultano così parte integrante e perciò non meno importante dell’opera stessa: la committenza in questo caso è Tiscali, ma anche “la natura stessa di un parco di ulivi in Sardegna”.
È proprio la relazione tra l’ideatore dell’opera e il contesto umano e ambientale a generare il lavoro; l’intervento supera quella sterile stabilità che nasce dalla mancanza di volontà comunicativa tra artista e luoghi, e si impone come protagonista proprio perché conseguenza di un processo dialettico. Il mio progetto utilizzando materiali e strumenti afferenti alla sfera tecnica dell’irrigazione e dell’agricoltura, si pone l’obbiettivo di generare immagini e contemporaneamente curare l’ambiente, di soddisfare un’esigenza e di creare nuove visioni.
L’arte riesce a portare nuovi significati e contenuti proprio nell’ibrida e complessa posizione di medium tra utile e bello, necessario e visionario, committente e artista, ritornando così a essere l’antica forma utile che ha sempre recitato nello scenario della vita. -

Nei muri di questa stanza è stata nascosta una lastra d’oro larga 20 centimetri alta 20 centimetri e con uno spessore di 3 millimetri, 2004
misura ambienteL’opera, una lastra d’oro dello spessore di tre millimetri, è nascosta nei muri della cella della Certosa, resa invisibile allo sguardo dello spettatore che può solo credere all’artista e all’esistenza di un’arte resa occultata, enigmatica, misteriosa. La presenza della sottile lastra d’oro cambia in modo discreto, ma deciso lo spazio e trasforma la cella in un luogo altro: il senso originario di spiritualità del luogo viene infatti sottolineato e amplificato dalla presenza silenziosa e inafferrabile di qualcosa di prezioso, intenso, segreto.
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Dedicato agli abitanti di Via dei Prefetti 17, 2004
Impianto idraulico, vasi di cristallo, acquadimensioni variabiliClaudio AbbateVeduta della fontana restaurata e veduta dell’installazione.
Presso i Magazzini d’Arte Moderna, l’artista opera il restauro della Fontana della Lupa, dove da decenni l’acqua aveva smesso di scorrere. L’artista ha infatti ricostruito il percorso dei tubi dell’acqua che si sviluppa dalle terrazze alle cantine passando per i diversi piani e collegando ogni appartamento, come se fosse il sistema venoso che apporta nutrimento a un grande corpo costituito dall’intera casa. L’acqua diviene l’elemento vivificante, la linfa che scorre all’interno di un corpo, ovvero la casa di via dei Prefetti 17, sintesi dell’incontro con i cittadini che vi abitano, accomunati dallo stesso elemento.
In questo modo il restauro della fontana, in sostanza un’opera pubblica, genera una mostra dentro ad un contesto privato, una galleria d’arte. -

Opera dedicata alle persone che si incontrano, 2005
“Ho pensato all’enigmaticità della casa quando non è abitata, immaginando che gli oggetti, le cose, i mobili possano vedere la luce del giorno e della notte, sentano suoni e rumori provenire da luoghi vicini o lo squillo del telefono risuonare nella stanza….” Quando nella galleria si spengono le luci e i guardiani se ne vanno, alcuni dei mobili nello spazio espositivo si illuminano perché dipinti con una pittura fosforescente. Questi oggetti, domestici e quotidiani, si mimetizzano nell’ambiente circostante, tanto da non essere riconosciuti come arte. Il pubblico non li vedrà se non come semplici oggetti d’arredo. Solo nella fotografia riprodotta nel catalogo, che l’artista considera vera parte integrante di questo lavoro, sarà possibile vedere i mobili illuminati. Viene modificata così la percezione che il pubblico ha dell’opera: essa si può solo immaginare, pensare, aspettare. E’ in questa tensione immateriale che si svela la natura del lavoro: l’opera si realizza infatti solo nell’incontro con lo spettatore, a cui si chiede un paziente sforzo nel cercarla. Non tutti gli uomini possono partecipare al dialogo silenzioso tra le cose, sono ammessi solo coloro che sono in grado di percepire la sottile delicatezza di tale operazione.
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Come se la natura avesse lasciato fuori gli uomini, 2005
Recinzione, alluminio, vernici epossidichealtezza cm 240Nel parco di Villa Manin ho incontrato piante di ogni tipo: siepi, fiori, il canneto, un aranceto, la vegetazione intorno al piccolo lago e prati vasti che aprono lo sguardo all’immaginazione, tra imponenti alberi secolari. Un alto e antico muro recinge tutto il parco, che è tenuto con cura e un’amabile dedizione da due giardinieri che vi lavorano da anni: Ugo e Giordano. L’opera che ho realizzato vede come tema centrale la natura, che costituisce il fulcro attorno al quale s’impernia l’ampio scenario architettonico settecentesco della villa. Ho realizzato una semplice recinzione: il perimetro della pianta ricorda l’antico stemma della famiglia Manin. È fatta di alluminio e colorata con vernici epossidiche che le conferiscono un aspetto volutamente tecnologico. I colori sono vari e disposti casualmente. Non è possibile entrare in questa recinzione, non vi è nessun passaggio. Proprio lì, al suo interno, ortiche, arbusti, rovi, alberi, sterpaglie e piante di ogni tipo cresceranno liberamente; anche gli insetti e gli uccelli staranno bene. La recinzione separerà due luoghi: uno esterno ben tenuto, con l’erba rasata secondo la volontà degli uomini, e l’altro, all’interno, abbandonato dolcemente al suo destino. Come se la natura avesse lasciato fuori gli uomini. Come se volesse, libera di crescere selvaticamente, affermare la propria indipendenza e autonomia, portatrice irrefrenabile di vita.
Immaginando quest’opera come un pensiero gentile verso la natura, ho voluto assecondare questa sua innocente vocazione alla libertà, per poter dar luogo a un incontro con essa intimo e amoroso. L’arte contiene e preserva il senso mistico della natura. -

899 907093, +39 0577 806793, 2005
Computer, materiale elettrico vario, lampadinecm 300 x 11Ela BialkowskaPenso alla chiesa non solo come luogo di culto ma anche come spazio permeato di cultura e di secolari tradizioni.
Penso anche a chi ogni giorno trova in essa un sostegno alla vita di tutti i giorni.
Ho pensato anche a coloro che non la frequentano ma che vivono un sentimento religioso ed altri ancora che la sentono laicamente come espressione popolare di appartenenza alla comunità cittadina.
Ho riflettuto sul bisogno latente di spiritualità già presente in molte forme collettive, sul bisogno di artisticità e su come sono impensabili le città senza le chiese, le moschee, le sinagoghe ed ogni altro luogo sacro.
Ho realizzato sulla parete della navata sinistra, un’opera costituita da migliaia di lampadine.
Ogni cittadino di Buonconvento e chiunque lo desideri da qualunque parte del mondo potrà, componendo questo numero +39 0577 806793 sul proprio telefono, accendere una piccola luce come segno di spiritualità. Il progetto prevede che il costo di ogni chiamata venga in parte devoluto per la realizzazione di impianti di depurazione dell’acqua nello Sri Lanka.
Quest’opera è dedicata agli abitanti di questa città e a tutti coloro che anche da molto lontano, vorranno passare di qui solo con un pensiero. -

Senza titolo, 2007-2008
Scultura in ceramica con dispositivo elettrico di termostatazioneAll’interno dell’impianto scultoreo vi è un sistema di riscaldamento elettrico che permette alla ceramica di raggiungere la temperatura di 37°, suggerendo l’idea di accoglienza e calore materno.
Quest’opera nasce nell’ambito di un progetto per la realizzazione di una chiesa a Trezzano sul Naviglio.“Dopo la mia partecipazione ad Arte all’Arte 2005 dove ho realizzato un’opera nel Duomo di Buonconvento, mi è stata commissionata la scultura di una Madonna per un’altra chiesa, quella della cittadina di Trezzano.
Il progetto era molto difficile; dopo secoli di opere straordinarie dedicate a quell’icona sacra, mi sono chiesto che senso avrebbe avuto per me affrontare questo tema.
Ho accettato questa sfida perché mi interessava toccare il mondo della cultura popolare, stratificata e complessa, senza modificare e stravolgere l’icona, aderire alla tradizione, sperimentando però un linguaggio nuovo. Considero la chiesa non solo come un luogo di culto, ma anche come uno spazio permeato di cultura e di secolari tradizioni: mi interessava esplorare non tanto il tema religioso quanto quello della spiritualità, del bisogno latente di artisticità.
Ho recuperato a Napoli lo stampo di una scultura della Madonna, la figura era classica, aderente alla tradizione, rassicurante per i fedeli.
Ho deciso di duplicare quella statua e realizzare la mia opera. Il lavoro appare come una semplicissima scultura in ceramica bianca, una specie di ready-made che contiene un piccolo segreto: all’interno dell’impianto scultoreo vi è un sistema di riscaldamento elettrico che permette alla statua di raggiungere la temperatura di 37°, come quella del corpo umano, suggerendo così l’idea di accoglienza e di calore materno.
Il lavoro muove dal rito spontaneo che certi fedeli praticano toccando e baciando i piedi della statua sacra; l’opera attraverso un spostamento minimo stravolge l’icona classica, ne trasmuta così il senso. Come succede sempre nel processo di produzione dei miei lavori pubblici l’approccio si struttura come una medaglia a due facce: mi interessa toccare la sensibilità dei cittadini, dei fedeli che frequentano la chiesa in questo caso, ma allo stesso tempo produrre un lavoro autonomo, linguisticamente contemporaneo.” -

Linea di 1220 metri da Palazzo Grassi al Municipio, 2008
Stampa digitalecm 305 x 205Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone, committenti e città. -

Un chilometro e 460 metri fino alla fondazione bancaria, Fondazione di Venezia, 2008
Stampa digitalecm 305 x 205Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone, committenti e città. -

Ho camminato per 1556 metri per arrivare all’Assunta dei Frari di Tiziano, 2008
Stampa digitalecm 305 x 205Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone, committenti e città. -

Senza titolo, 2009
200 lampade alogene nella prima sala agibile del MAXXI collegate con il CESIIn una sala al primo piano del nuovo museo MAXXI sono state allestite 200 lampade alogene, montate su treppiedi metallici. La stanza seppur ancora inaccessibile, è il primo spazio del museo romano nella quale i lavori di costruzione sono già ultimati.
La luce di queste lampade, subirà un’improvvisa accensione in corrispondenza della caduta di un fulmine in Italia, spegnendosi lentamente una volta esaurito il fenomeno.
In collaborazione con il Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano (CESI) l’intero territorio nazionale sarà monitorato da sensori che rileveranno tutti i fulmini che cadranno durante i temporali.L’evento luminoso sarà visibile dall’esterno dell’edificio, attraverso cinque grandi finestre che si affacciano sulla via. Vedendo accendersi improvvisamente tutte le lampade, i visitatori sapranno che un fulmine è caduto in Italia: lo spettatore è costretto a immaginare un paesaggio, per un attimo tutti i fulmini saranno così convogliati simbolicamente nella sala al primo piano del museo.
L’opera sarà annunciata, segnalata e spiegata al pubblico utilizzando una didascalia che occuperà gli spazi pubblicitari di un press distribuito normalmente in città. Un grande manifesto affisso ad una struttura lignea sul perimetro del cantiere di via Guido Reni, racconterà il pensiero dell’opera a coloro che dalla strada guarderanno le finestre del nuovo museo. Una mappa delle scariche temporalesche pulserà sul web mostrando gli spostamenti dei fenomeni in tempo reale.
La didascalia, parte integrante del progetto che apparirà sul giornale e sul manifesto, si trasforma in un dispositivo di relazione in grado di costruire una fitta trama di corrispondenze tra lo spettatore, il museo, la città ed i cieli italiani.
Immagino la sala diventare così un luogo sensibile, in grado di perdere completamente le sue dimensioni fisiche e il rapporto con il tempo; smetterà di essere uno spazio architettonico trasformandosi in una sorta di ambiente di mediazione tra il cielo e la città. Un dispositivo in grado di mettere in relazione Roma con tutta l’Italia.Il MAXXI si presenta così per la prima volta al mondo ospitando un’opera in grado di svelare l’energia primigenia e la potenza generatrice della natura.
Questa macchina luminosa allestita nel cuore del museo non vuole infatti rilevare un fenomeno elettrico, ma “rivelare” agli spettatori il legame di consanguineità tra arte e natura.
L’opera ribadisce così la vocazione dell’arte ad essere universale, diventando centro gravitazionale non solo centripeto, ma anche centrifugo di forze, connessioni e linguaggi che da lì trovano innesco e momento di nuova espansione.
Ciò che più conta nell’arte è la misteriosità dell’evento visivo e l’opera realizzata parla il linguaggio enigmatico della luce e delle forze primordiali che ne provocano l’apparizione.
Il museo è uno dei rari luoghi della città contemporanea in cui è ancora possibile percepire una vertigine sublime e perdersi nella contemplazione di indecifrabili racconti e misteriose energie. Penso alla luce di Caravaggio, lo spettacolo celeste di Andrea Pozzo, il sogno della pittura di Roma barocca.
Con quest’opera vorrei costruire un racconto, una vera e propria narrazione in grado di sintetizzare il rapporto arte, natura e città, caricando così l’istituzione museale di quel ruolo cruciale, culturale ed etico che sin dalla sua nascita ha sempre avuto. (Alberto Garutti) -

Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno, 2009
Demian DupuisAlberto Garutti ha immaginato l’opera come un meccanismo in grado di costruire relazioni inattese e intrecci imprevisti tra l’uomo e la natura, la società degli uomini e quella degli animali. L’esito della fase processuale che (grazie alla collaborazione degli alunni di una classe della scuola primaria di Trivero) ha coinvolto gli abitanti del paese, è un’opera pubblica che può essere utilizzata (e “adottata”) da tutti: una serie di panchine collocate in vari luoghi d’incontro e attività cittadini sulle quali siedono i ritratti dal vero dei cani e con incisa la didascalia: “Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno”. Ciò che interessa all’artista è che l’opera si propaghi nel tessuto sociale attraverso le parole e i racconti della gente, che si trasformi in un pettegolezzo su se stessa.
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Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno, 2009
Demian DupuisAlberto Garutti ha immaginato l’opera come un meccanismo in grado di costruire relazioni inattese e intrecci imprevisti tra l’uomo e la natura, la società degli uomini e quella degli animali. L’esito della fase processuale che (grazie alla collaborazione degli alunni di una classe della scuola primaria di Trivero) ha coinvolto gli abitanti del paese, è un’opera pubblica che può essere utilizzata (e “adottata”) da tutti: una serie di panchine collocate in vari luoghi d’incontro e attività cittadini sulle quali siedono i ritratti dal vero dei cani e con incisa la didascalia: “Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno”. Ciò che interessa all’artista è che l’opera si propaghi nel tessuto sociale attraverso le parole e i racconti della gente, che si trasformi in un pettegolezzo su se stessa.
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Ho camminato per 3940 metri per arrivare alla Sacra Sindone, 2010
Stampa digitalecm 280 x 200Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone , committenti e città. -

Due chilometri e 873 metri dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo al Museo Lombroso, 2010
Stampa digitalecm 280 x 200Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone , committenti e città. -

Ho percorso un chilometro e 710 metri fino alla casa di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, 2010
Stampa digitalecm 280 x 200Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone , committenti e città. -

Linea di 3260 metri fino alla Fondazione CRT, 2010
Stampa digitalecm 280 x 200Ognuna di queste opere è generata da una linea unica e ininterrotta
che misura la distanza esatta tra alcuni luoghi, persone,
istituzioni politiche, culturali ed economiche della città.
Queste opere appartengono ad un catalogo di altre immagini,
realizzabili su misura e adattabili a infinite persone , committenti e città. -

Temporali, 2010
1000 lampadineL’intervento alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è centrato sull’opera “Temporali”, un imponente lampadario
costituito da oltre 1000 lampadine, che si accendono simultaneamente ogniqualvolta un fulmine cade sul territorio italiano. Per la realizzazione di quest’opera Garutti si è
avvalso della collaborazione del CESI, il Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano.
Benchè il suo funzionamento si basi su tecnologie molto avanzate, la struttura non è visivamente sofisticata, il suo design è elementare e i suoi componenti comuni, semplici
lampadine a incandescenza, ormai rese obsolete dal progresso tecnologico. Tutta l’attenzione dell’osservatore è in questo modo focalizzata sulla meraviglia non della forma, ma dell’evento, lo splendore della luce che si accende e porta l’immaginazione in un altro luogo. In quell’istante spazi lontani si avvicinano, il qui e ora perde consistenza, il pensiero corre veloce al cielo, come recita una piccola dedica con cui l’artista accompagna l’opera. Tecnologia e poesia, razionalità e immaginazione, il mondo delle piccole cose e il mistero della volta celeste si fondono in un’opera insieme leggera e possente.
La dedica dell’opera, un elemento ricorrente nel lavoro di Garutti, viene pubblicata sulla prima pagina di un quotidiano free-press di Torino nel giorno dell’opening della mostra: In una sala della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo le luci vibreranno quando in Italia un fulmine cadrà durante i temporali. Quest’opera è dedicata a tutti coloro che passando di lì penseranno al cielo.
In questo modo l’artista si rivolge non solo al pubblico abituale del museo, ma ad una comunità ben più ampia, meno definita, potenzialmente a tutta la cittadinanza, a tutti coloro che vorranno accogliere l’invito ad andare a vedere la mostra, o che magari saranno solo affascinati dall’idea di un’opera che dialoga col cielo.
Il desiderio di instaurare un legame con la comunità è riaffermato in una serie di quadri che l’artista ha realizzato a Torino. In essi la linea che produce l’immagine misura
in metri la distanza che separa e, insieme, unisce, il luogo espositivo con altri luoghi che hanno una particolare rilevanza, politica, culturale o economica, nel contesto della
città di Torino. L’immagine totalmente astratta si carica così di complessi significati socio-politici nel momento in cui il titolo dell’opera svela la sua origine compositiva.
(Testo estratto dal catalogo della Fondazione Sandretto) -
Linea di 1 km e 224 metri, da via Apollonio all’università, 2008
cm 188 x 288 x 10Ela BialkowskaPenso alla chiesa non solo come luogo di culto ma anche come spazio permeato di cultura e di secolari tradizioni.
Penso anche a chi ogni giorno trova in essa un sostegno alla vita di tutti i giorni.
Ho pensato anche a coloro che non la frequentano ma che vivono un sentimento religioso ed altri ancora che la sentono laicamente come espressione popolare di appartenenza alla comunità cittadina.
Ho riflettuto sul bisogno latente di spiritualità già presente in molte forme collettive, sul bisogno di artisticità e su come sono impensabili le città senza le chiese, le moschee, le sinagoghe ed ogni altro luogo sacro.
Ho realizzato sulla parete della navata sinistra, un’opera costituita da migliaia di lampadine.
Ogni cittadino di Buonconvento e chiunque lo desideri da qualunque parte del mondo potrà, componendo questo numero +39 0577 806793 sul proprio telefono, accendere una piccola luce come segno di spiritualità. Il progetto prevede che il costo di ogni chiamata venga in parte devoluto per la realizzazione di impianti di depurazione dell’acqua nello Sri Lanka.
Quest’opera è dedicata agli abitanti di questa città e a tutti coloro che anche da molto lontano, vorranno passare di qui solo con un pensiero. -

Monumento ai caduti
Progetto per un monumento commissionato dall’Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per Servizio.
Il monumento ai caduti – progettato per commemorare i caduti tra i carabinieri, i vigili del fuoco, le crocerossine, gli agenti municipali, i vigili, le guardie carcerarie e i vari corpi della polizia – rispetta volutamente la tipologia tradizionale del monumento celebrativo, prevedendo una grande bandiera tricolore che sventoli su un alto pennone, ma tuttavia ne riscatta l’immagine legata al passato attraverso un particolare sistema di termostatazione elettrica che mantiene la superficie di cemento alla temperatura, corporea, di 37 gradi.






