
“…Penso la casa quando non è abitata: immagino che gli oggetti, le cose, i mobili vedano la luce del giorno e della notte, sentano suoni e rumori provenire da luoghi vicini o lo squillo del telefono risuonare nella stanza….”.
Mentre il Padiglione d’Arte Contemporanea chiude, si spengono le luci e i guardiani se ne vanno, alcuni dei mobili (sedie, panche e tavoli) già presenti nell’arredo del PAC e distribuiti in tutto lo spazio espositivo si illuminano perché dipinti con una pittura fosforescente. Questi oggetti, domestici e quotidiani, si mimetizzano nell’ambiente circostante, tanto da non essere riconosciuti come arte. Il pubblico non li vedrà se non come semplici oggetti d’arredo. Solo nella fotografia riprodotta nel catalogo, che l’artista considera vera parte integrante di questo lavoro, sarà possibile vedere i mobili illuminati. Viene modificata così la percezione che il pubblico ha dell’opera: essa si può solo immaginare, pensare, aspettare.
E’ in questa tensione immateriale che si svela la natura del lavoro. L’opera si realizza solo nell’incontro con lo spettatore, a cui si chiede un paziente sforzo nel cercarla. Non tutti gli uomini possono partecipare al dialogo silenzioso tra le cose, sono ammessi solo coloro che sono in grado di percepire la sottile delicatezza di tale operazione.