
Alberto Garutti ha immaginato l’opera come un meccanismo in grado di costruire relazioni inattese e intrecci imprevisti tra l’uomo e la natura, la società degli uomini e quella degli animali. L’esito della fase processuale che (grazie alla collaborazione degli alunni di una classe della scuola primaria di Trivero) ha coinvolto gli abitanti del paese, è un’opera pubblica che può essere utilizzata (e “adottata”) da tutti: una serie di panchine collocate in vari luoghi d’incontro e attività cittadini sulle quali siedono i ritratti dal vero dei cani e con incisa la didascalia: “Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno”. Ciò che interessa all’artista è che l’opera si propaghi nel tessuto sociale attraverso le parole e i racconti della gente, che si trasformi in un pettegolezzo su se stessa.