Opera per camera da letto: dedicato a chi dorme , 1993

Cristallo, pigmento fosforescente
cm 150 x 150

L’opera, posta nella camera numero 402 dell’Hotel Palace di Bologna, è costituita da un grande quadrato di cristallo, dipinto sul retro con un pigmento fosforescente, appeso al muro con quattro zanche, ma distanziato da esso di circa dieci centimetri.
Nel momento in cui chi abita la stanza dell’albergo spegne la luce, il lavoro appare, si illumina e resta luminoso per una quindicina di minuti, ribadendo la sua vocazione a sparire a poco a poco.
L’opera coabita con lo spazio, è connaturata ad esso ed esiste solo nel momento in cui lo spettatore è direttamente e completamente coinvolto con essa, nella consapevolezza di essere il vero protagonista, complice solidale del compiersi e del farsi pienamente dell’opera stessa. Tra l’arte e lo spettatore viene così a crearsi un rapporto particolare, denso di aspettativa, intimo e quasi clandestino.

1. Due opere recenti, una riflessione.
2. In passato ho insegnato all’Accademia di Bologna.
Frequentavo l’Hotel Palace. Era una sorta di seconda casa, e decisi di realizzare, per la mostra “Territorio Italiano” del 1993 un lavoro in una stanza, la mia stanza. Stanza 402.
3. L’opera è là, visibile dunque in permanenza, ma solo e soltanto a coloro i quali abitano e abiteranno quella camera come una qualunque altra camera d’albergo, dietro prenotazione. Si tratta di un grande quadrato di cristallo dipinto sul retro con un pigmento fosforescente; appeso al muro con quattro zanche ma distanziato da esso di circa dieci centimetri. Appare nel buio della stanza quando chi l’abita spegne la luce, e per una quindicina di minuti afferma silenziosamente, lentamente, la sua vocazione a sparire. E’ una specie di metafora del dormire: che è tempo vissuto nel sonno e nel sogno; vive nel buio: non a contrastare la notte, ma ad assecondarla. “Dormire – dice Blanchot – appartiene al mondo. E’ un compito, noi dormiamo in accordo alla legge generale, che fa dipendere la nostra attività diurna dal riposo delle nostre notti. Noi chiamiamo il sonno ed esso viene; vi è tra esso e noi come un patto, un trattato senza clausole segrete, e attraverso questa convenzione è inteso che, lungi dall’essere una pericolosa forza magica, esso diverrà strumento della nostra facoltà di agire”. Dormire è l’azione chiara che ci promette il giorno. Il sonno significa che a un certo momento per agire bisogna cessare di agire. Il sonno cerca il risveglio come la sua essenza.
4. Dunque nel sonno c’è un tempo lento, illimitato, che raccoglie il tutto. In esso si produce una tensione continua verso uno spirito divagante; si muove affermando il presente e il passato: contemporaneamente. Non è un flusso che muove da un punto ad un altro successivo; è un’eco del giorno prima e al tempo stesso qualche cosa che deve ancora accadere.
E’ un tempo sospeso, mentale, che è premessa e anche promessa. Come l’artista, l’arte è orientata costitutivamente verso il futuro in una dimensione di libertà che si inserisce nei vuoti del tempo e cerca di volgere a suo profitto. Il tempo è possibilità. È in questa accezione che si propone l’opera cui mi sono riferito. Nella perfetta geometria del quadrato esprime la propria vocazione a dilatarsi, quasi trasformando un luogo in “nessun luogo”. Essa non vuole essere guardata come appare; la sua ineccepibilità formale barcolla perché rimanda ad altro. Forse, ancor meglio, è altro. Si perde, in questa luminescenza misteriosa ed enigmatica: sfugge: è imprendibile. Addirittura, può mentire.
5. Dove risiede dunque il suo grado di verità? Sta nell’andare verso di essa, in questo tempo di attesa aperto che si prospetta come possibilità. Nella sospensione del sonno è la promessa che un nuovo giorno potrà cominciare.
Colui che si appresta a dormire nella stanza rende possibile l’apparizione dell’opera poiché coabita con essa, pienamente in accordo con il luogo.
6. L’aspettativa (da “spettatore” la cui etimologia ha origine dal latino “spectare”, guardare, essere rivolto a) è l’attesa.
Nel tempo sospeso e notturno dell’attesa lo spettatore pensa che ‘opera sia l’altra metà della sua essenza.
L’opera esiste solo quando lo spettatore è direttamente coinvolto con essa, nella consapevolezza di essere il vero protagonista capace di dar senso alla sua forma: nel tempo critico, etico e amoroso dello sguardo. Se lo spettatore è colui che dà senso all’opera, l’artista dunque è il primo e vero spettatore. L’opera non ha bisogno di titolo, come se, nella volontà di affermare la sua propria autonomia all’interno, e al di là della sua stessa rappresentazione, volesse lasciare la provocazione estrema a colui che guarda, affinché ciò che è rappresentato non gli basti.
“Spectare, guardare”, l’opera, è assumere la responsabilità della forma. Senza questa responsabilità l’opera non si dà.
7. Ma tutto ciò accade nella stanza, che è il luogo dell’incontro. L’incontro che è possibile solo nella complicità, quasi clandestina; che fa si che la camera divenga il luogo dell’arte.
In esso si concentra l’esperienza privata dell’interiorità, come luogo appartato e insieme come punto privilegiato per l’osservazione del mondo che la dilata invadendola (camera disincantata). Nel luogo privato della camera, nel tempo segnato dalla ciclicità del giorno e della notte, l’artista ripropone l’interrogazione sull’arte.
La convivenza è possibile solo nella coabitazione, nell’incontro solidale che è necessario al farsi pieno dell’opera.
8. E a quella esposta ora faccio riferimento. Essa si impossessa del luogo, che è il luogo domestico da cui trae le proprie spinte generatrici. Nasce infatti da esso, assume la somiglianza di un mobile senza esserlo, cerca un accordo con il luogo affermandone l’identità. I grandi piani di legno di mogano hanno misure ricavate dalle distanze tra alcuni oggetti della mia casa; le cerniere di ottone li uniscono in un unico corpo snodabile e flessibile. Non c’è forma definita dell’opera. Essa può essere installata secondo un criterio di assoluta libertà, appesa, sdraiata, piegata solo in parte, chiusa come un libro. E’ come se dovesse vivere in uno sviluppo indefinito di possibilità, in un tempo illimitato, così da sincronizzare la sua vocazione a quella dell’arte, la quale appunto, tende all’infinito. C’è un tempo dell’aprire e del chiudere, in una sorta di rimando al paradosso filosofico (Borges, Duchamp), ma anche un aprire e un chiudere che per il peso stesso dei pannelli esige una certa fatica, come ad esprimere una fatica psicologica, un rallentamento della dinamicità ; una stasi.
Oppure in una corrispondenza di fasi attraverso le quali si accede a uno spazio sempre più interiorizzato; come in un percorso lento che va da un luogo ad un altro luogo, a un altro ancora, sempre più interno, dove risiede l’enigma.