Ottonella Mocellin
Database Opere
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RADA, 1990
Proiezioni, audio, oggetti domesticiProgetto per l’ingresso della Royal Accademy of Dramatic Art di Londra. Questa installazione consiste in due proiezioni di diapositive a rotazione ed una proiezione di film super8 su un tavolo da cucina apparecchiato per due. L’intento del lavoro è quello di esplorare il significato dei termini pubblico e privato nel contesto della metropoli. Le diapositive rappresentano oggetti domestici, riprodotti in bianco e nero ed ingigantiti con l’intenzione di dare un senso di sicurezza domestica e di fare riferimento al linguaggio delle immagini pubblicitarie. Le diapositive cambiano ogni 20 secondi. Il filmato in super8 descrive varie situazioni di strada nella città di Londra, in particolare divieti, segnali, semafori, code ed altre imposizioni. Questo filmato è proiettato su un tavolo da cucina apparecchiato per due. E’ presente anche una colonna sonora composta dalla registrazione di due persone che preparano la cena e mangiano parlando in italiano.
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Diary, 1991
365 polaroidProgetto durato tre anni, composto da tre diversi diari realizzati tra il1990 ed il 1992.
Il diario del 1990 è formato da 12 libricini sulle cui pagine incollavo frammenti di cose trovate per le strade di Londra ogni giorno. I libri sono fatti a mano e tutti diversi, ogni copertina è stata realizzata da un amico o amica che compie gli anni in quel mese.
Il diario del 1991 è formato da 365 polaroid, scattate una al giorno, durante tutto l’anno. Ogni mese fotografavo qualcosa che riguardasse la mia quotidianità: ciò che mangiavo, ciò che indossavo, i programmi che guardavo alla televisione, le stoviglie che usavo ecc.
Il diario del 1992 è concepito come quello dell’anno precedente, con la differenza che ho usato stampe a colori formato cartolina. -

Foreshortening, 1992
Stampe b/n, questionariQuesto progetto è composto da una serie di fotografie in bianco e nero e di questionari fatti agli studenti della Saint Martin’s School of Art, dove lavoravo come modella per il corso di disegno dal vero. La mia intenzione era quella di spingere gli studenti ad interagire con la modella (che viene spesso considerata come un oggetto) e di forzarli ad avere delle fantasie su di lei, allo stesso tempo intendevo porre degli interrogativi sul significato e l’utilità della pratica del disegno dal vero nell’arte contemporanea. Le domande che componevano il questionario chiedevano di immaginare che tipo di persona fosse la modella, cosa le avrebbero detto se la avessero incontrata per caso, se la trovavano attraente ecc. Alla fine del corso (3 settimane con incontri una volta alla settimana) ho fotografato gli studenti ed i loro disegni. Alcuni di loro hanno reagito male, soprattutto quando li fotografavo, mentre loro stavano disegnando me.
Ho ripetuto il progetto nel 1993 in un’altra scuola d’arte, questa volta ho chiesto agli studenti di immaginare e descrivere la mia casa: il contenuto del mio frigorifero, il colore predominante nella mia camera da letto, la presenza di animali ecc. -

Toys and taboos, 1993
Serie di diapositive per proiezione continuaProgetto realizzato in collaborazione con Izzie Klingels. Serie di diapositive per proiezione continua rappresentanti i nostri corpi con strumenti da cucina e giocattoli proiettati sul bacino con un proiettore scientifico che produce un’immagine circolare.
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Chi ti farà il caffè tra 10 anni?, 1995
Serie di diapositive per proiezione continuaIl lavoro fa parte di una serie di progetti (Chi ti farà il caffè tra 10 anni? – I am your worst enemy – Celebrity skin – Mariti – Brindiamo alla fine dell’ironia) che ho portato avanti negli ultimi anni. Consistono nella predisposizione di uno scambio diretto tra me e il pubblico e sono basati sulla memorizzazione di questa comunicazione. In genere domando alle persone che entrano a far parte del progetto di spostarsi (entrare) in un campo ipotetico che ha a che fare con la fantasia e il desiderio piuttosto che con la realtà. Le domande che pongo non sono mai totalmente slegate dal quotidiano. Non sono domande astratte o impossibili bensì impercettibilmente anomale. Tendono a suscitare una proiezione (per esempio: “Chi ti farà il caffè tra dieci anni?”), una sincerità o al contrario una simulazione (ad esempio: “Cosa faresti al tuo peggior nemico?”). Sono incentrate sull’uso linguistico individuale anche nel suo misurarsi con lo stereotipo linguistico, con la formula. Stereotipi sono anche i gesti o le immagini che uso per il coinvolgimento del pubblico: il brindisi, il souvenir, il nemico, la casalinga ecc.
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All that she meant was good, 1997
Stampa cibachrome e testocm 40 x 80I don’t really remember what I put in that cake. It must have been that program on telly, or the storm outside, or maybe it was what I read on the paper about the woman who killed her babydaughter in the washing machine that distracted me! So, I don’t know what exactly went in the cake. Eggs? Sugar? Butter? Or was it milk or cream (maybe it was a mad cow’s milk!)? Certainly there was some fruit, some kind of little red berries that I put in the cake for decoration, and then I used that icing stuff (or was it?) that looked so professional with all that writing on it and all those warnings. I don’t know why you hid it in the medicine closet, but then you always do that sort of thing, like keeping icing stuff in the medicine closet. I didn’t mean to harm you, really. The message on the cake was just a joke, you know! It was something that came to mind just like that, snap snap! I don’t know where it came from, maybe something I read or heard about, maybe the title of a song I heard on the radio, or maybe just a dream! All I can remember is that I wanted the cake to look lovely. And I made an effort, with all the berries and cream and icing on it, I really wanted to surprise you with that lovely gorgeous cake and to dhow you how much I love you. I can’t really explain why I didn’t eat no cake. Maybe it was because I wanted to give it all to you, because I wanted to keep that giving feeling going! You know what I mean, you know me. Or maybe it was because I have become conscious about my figure lately, with you always telling me I don’t look as good as I used to and making funny remarks about the shape of my ass and all that, I know you don’t mean it and it’s just a joke, but sometimes I think about it and wish I was thinner and sexier like when we first met! But then life goes on for everybody and so does time, did I tell you that you didn’t look so great yourself lately? And that you always seemed to forget things everywhere? I guess there is no point in telling you now and anyway this is not the point right now, is it? The point is what I put in that bloody cake, but as I said I can’t be sure, there was something in my mind, something I can’t remember and then those words came in my mind and I just wrote them down on the cake like that. Snap snap. People say I am weird because I write things like that, but I don’t think I am, I think those words are quite nice and musical, surely they must have come from a song I heard a long time ago.
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I’ve written a letter to daddy, 1997
Stampa cibachrome e testocm 40 x 80Ho cucinato mio padre secondo una raffinata e laboriosa ricetta, è stata una fatica, ma come hanno detto gli ospiti, un lavoro degno di lui e del suo infinito talento. Papà cucinava davvero bene, fin da piccola lo ricordo alle prese con terrine e patè, brasati, filetti, branzini e moscardini. Ogni volta che si avvicinava ai fornelli era un evento, e senti che profumo e assaggia che bontà e vedi un po’ come sono bravo… E tutti a complimentarsi mentre la mamma stava in cucina a lavare pile di pentole, coltelli, taglieri e mucchi di farina e pozzanghere di burro fuso ormai rappreso. Per noi non cucinava mai, che vuoi che capiscano le bimbe della buona cucina, era la mamma a prepararci pranzi cene e merende, tutte cose buonissime, ma che mio padre non poteva abbassarsi a fare perché troppo semplici, come pulire per terra o fare il bucato. Lui cucinava solo quando c’erano ospiti, a dire la verità quei festini gastronomici che all’inizio mi attraevano da morire cominciarono presto a turbarmi, la vista di mia madre da sola in cucina a pulire mentre dalla sala giungevano sonore risate mi faceva desiderare aiutarla, ma a malapena raggiungevo il lavandino dove giaceva quella enorme massa di stoviglie unte. Tutte queste cose le ho capite poco dopo, quando la mamma ha cominciato a stare male visibilmente ed a non farcela più. A Lola ho dovuto spiegare tutto io , come succede sempre, lei la mamma se la ricorda solo da malata, io invece mi ricordo tutto: la nostra bella cucina, le tazze colorate a puntini bianchi, le tovagliette di plastica blu trasparente, i biscotti e la marmellata di cui andavamo ghiotte, gli animaletti dei formaggini che attaccavamo sul frigo, le storie che inventavamo a tavola, i disegni che facevamo con la mamma. Lei ricorda solo il grigiore che è venuto dopo, l’orrore della pasta in scatola. Mi sono sempre chiesta il perché di questo voler rimuovere tutto di Lola, contrario alla mia fobia del dimenticare. La cosa più difficile è stato disossarlo, anche trasportarlo sul tavolo di marmo della cucina, per fortuna c’era ancora la sedia a rotelle di mamma. Abbiamo tenuto solo certe parti, le meno dure, che comunque abbiamo dovuto marinare nel latte per tre giorni per ammorbidirle. Poi c’è stato il problema di sbarazzarsi del resto: abbiamo fatto un falò con la foglie secche ed abbiamo bruciato tutto, c’era una puzza terribile, come di pollo bruciato, per fortuna la casa è isolata ed il sabato sera nessuno viene da queste parti. Forse un giorno verranno a scavare nel nostro giardino, ma spero che allora saremo lontane, in qualche altra parte del mondo. Alla carne marinata ho aggiunto delle belle patatine novelle e spezie del nostro orto: rosmarino, origano, alloro, un po’ d’aglio e olio buono, tutto in forno per due ore e poi lo abbiamo servito con un contorno di trevigiana arrostita seguita da formaggi e dalla torta che ha fatto Lola. In cantina c’era ancora del vino che abbiamo offerto con la cena che abbiamo dato in commemorazione della mamma che è morta dieci anni fa, ieri sera. Tutti gli invitati si sono complimentati con noi per la cenetta deliziosa, hanno detto che siamo proprio figlie di papà e che lui sarà fierissimo di noi quando tornerà dal suo viaggio in Indonesia, che è stato davvero un bravo padre ad abituarci così bene a stare da sole e che se siamo già così adesso che abbiamo diciassette e tredici anni, chissà quanti giovanotti gli chiederanno la nostra mano tra qualche anno. Perché bisogna dirlo che stiamo diventando proprio delle belle donnide ed in questo assomigliamo molto alla mamma. A me il gusto della carne marinata ed arrostita non è piaciuto affatto, ma penso comunque che il fatto di mangiarla sia stato un atto d’amore e di comprensione del mio corpo per quello che avevo fatto. Da oggi tornerò ad essere, come oramai da dieci anni, vegetariana. Anche Lola pensa che cucinare papà sia stato un solenne atto d’amore, pensa che così abbiamo onorato la memoria di nostro padre e la sua passione per l’alta cucina, con me condivide l’opinione che questo deve rimanere il nostro segreto, perché non abbiamo nessuna intenzione di finire in qualche istituto, magari separate e tantomeno di sposare qualche stupido giovanotto della zona e rimanere in questa triste pianura per tutta la vita. L’unica cosa che non le ho detto è che papà non è morto di un attacco cardiaco, ma non mi sento di averle mentito, perché comunque se lo sarebbe presto dimenticato.
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I am your worst enemy, 1997
Video, azione00:15:00Il lavoro fa parte di una serie di progetti ( Chi ti farà il caffè tra 10 anni? – I am your worst enemy – Celebrity skin – Mariti – Brindiamo alla fine dell’ironia ) che ho portato avanti negli ultimi anni. Consistono nella predisposizione di uno scambio diretto tra me e il pubblico e sono basati sulla memorizzazione di questa comunicazione. In genere domando alle persone che entrano a far parte del progetto di spostarsi (entrare) in un campo ipotetico che ha a che fare con la fantasia e il desiderio piuttosto che con la realtà. Le domande che pongo non sono mai totalmente slegate dal quotidiano. Non sono domande astratte o impossibili bensì impercettibilmente anomale. Tendono a suscitare una proiezione (per esempio: “Chi ti farà il caffè tra dieci anni?”), una sincerità o al contrario una simulazione (ad esempio: “Cosa faresti al tuo peggior nemico?”). Sono incentrate sull’uso linguistico individuale anche nel suo misurarsi con lo stereotipo linguistico, con la formula. Stereotipi sono anche i gesti o le immagini che uso per il coinvolgimento del pubblico: il brindisi, il souvenir, il nemico, la casalinga ecc.
Il lavoro I am your worst enemy consiste in una serie di videointerviste realizzate usando come sfondo una fotografia dell’artista svedese A. Fon Hausswolf. Ai visitatori della mostra Smitta veniva chiesto di posare di fronte alla fotografia e rispondere alla domanda “Cosa vorresti fare al tuo peggior nemico?”. -

Today is gonna be the day that I’m gonna give it back to you, 1997
Cibachrome su alluminiocm 100 x 70Non mi ricordo bene quello che ti volevo dire, ma forse un bicchierino di vino mi aiuterà, oppure, (oppiure) chi lo sa, ora forse non è il momento adatto ed io non ce la faccio perché, non lo so perché, ma lo so che ti volevo tanto bene anche se non si vedeva, anche se ho dovuto imparare ad offrirmi per dimostrartelo, anche se ho dovuto fare la dieta ed andare in palestra e smettere di fumare e spendere tutto il mio cosiddetto stipendio in cosmetici. Anche se ho dovuto imparare a gustare cibi esotici e ad indossare capi improbabili e a discutere di baggianate con il primo venuto solo perché sapevo che ti poteva fare piacere. Non parlo a titolo personale, parlo tanto per parlare, perché qui in cella non c’è mai nessuno che mi ascolta, o almeno così pare e così mi piace immaginare che tu mi stia ascoltando, che quello che ho fatto a causa tua abbia una ragione e di conseguenza un seguito positivo, ma per ora non ricevo segnali e non so dove mi trovo, forse, penso solo forse, sono stata gabbata, ma in fondo so che esistono solo poche variabili ed alla fine ti acchiapperanno come hanno sempre fatto con tutti, anzi come era già stato scritto nelle linee della tua mano, per cui alla fine della fiera, poco importa…
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Just a little bit of history repeating, 1997
Stampa cibachrome e testocm 40 x 80You said I should never be afraid, you said you were never gonna hurt me, you said you knew right from wrong and that you were going to teach me. You said I needed your priceless advice in order to get a life (when I grow up). So I am not sure how it started: The process of time passing is constant and constantly things change without us even realizing it: You said only you could tell me the truth and that I should never question anything you said. You said rebelling is not fashionable anymore and kids should always do what they are told. How could you expect me never to get bored? You said I should trust you. How many times did I have to listen to that bloody word, “trust”? How come I never had to tell you that you should trust me? How come you didn’t realize I was not the one who should be afraid anymore? And I thought (yes I did and for a long time) you were the clever one! You almost convinced me that it was so, but obviously you must have made a mistake at one point in the story. How disappointing! You have underestimated me. Otherwise you would not be where you are now, admitting you are anywhere at all. Well I don’t think so, but who knows? I know where you are according to the coroner and that is quite enough for me, thank you very much. And the funny thing is I don’t feel anything at all. I thought I was gonna be afraid, or sad or traumatized, but that must have happened a long time ago and after that I was baptized. I was your best pupil after all, wasn’t I? So it happened that I learned so well that I will never be afraid again, because nothing in the universe could be more frightening than you, except maybe myself, but for this matter we’ll have to wait and see, ‘cause only time will tell. The other funny thing is that I remember everything you said in all those years except what you said at the end. You were going on about punishment or something like that, but that was just before, what did you say after that? Guess it was something nice, yes it was something quite nice that I find really hard to recall! Well, whatever, nevermind. I am starting school tomorrow and they have given me the best class (guess who’s?). They said I was the best qualified to carry on what you have done so wonderfully during all those years. They said you would be proud of me and I know you would, but they don’t really know what they are talking about. They don’t know what I have learned from you and they don’t know what I am capable of. But as things turned out, I better keep it to myself.
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Storia di Italia, 1998
Video00:03:00Progetto basato sulla storia di Italia Pasini (mia bisnonna) una maestra elementare di inizio secolo che fu messa incinta da un giovane benestante, il quale non volle sposarla. La donna, per salvare l’onore di sua figlia, dovette rinunciare al ruolo di madre per assumere quello di zia e la bimba fu educata dai nonni paterni. Le immagini di me da bambina sono tratte da un super 8 girato da mia nonna (la figlia di Italia) e trovato da me in casa sua il giorno della sua scomparsa, giorno in cui mi fu svelato questo segreto di famiglia. La mia voce fuori campo sussurra la storia di Italia.
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Brindiamo alla fine dell’ironia, 1998
Brindisi e fotografieIl lavoro consiste in un brindisi da “celebrare” a Genazzano, offrendo alle persone spumante locale e fotografando il momento del “cin cin”. Ad ogni persona disponibile è stato chiesto di brindare con me a ciò che desidera. Il dialogo, la frase, la semplice battuta che accompagna il gesto del brindisi è stata registrata su una audio cassetta. I brindisi si sono svolti in diversi luoghi di Genazzano, come i bar, i negozi, le trattorie ed altri spazi di aggregazione a seconda delle disponibilità dei gestori. Qui è stato offerto il vino, sono state scattate le fotografie e registrati i dialoghi. In seguito le fotografie, accompagnate dal motivo del brindisi, sono state esposte nei luoghi dove sono state scattate. Chi lo vorrà potrà avere una copia formato cartolina della foto nella quale appare.
Questo progetto è inteso come momento di buon augurio per le persone e contemporaneamente per la prossima apertura del museo d’arte contemporanea a Genazzano.
In questo lavoro, oltre che al brindisi, faccio riferimento ad un altro modello convenzionale: il fotografo ambulante che – soprattutto in un passato relativamente recente – era presente lungo le passeggiate dei luoghi turistici.
La mia presenza attiva nell’operazione ha infine una doppia valenza. In un lavoro di ironia sul ruolo – che tende sempre ad un ribaltamento e quindi anche ad una riflessione sull’idea di autore – come icona, souvenir e anche come celebrità accanto alla quale farsi fotografare. Il mio apparire nell’immagine – che è diventata una costante nella mia metodologia – sottolinea la natura e la finalità dei miei progetti tesi appunto a stabilire un rapporto con un estraneo, seppur momentaneo, piuttosto che essere rivolti ad una mera documentazione di volti, luoghi o eventi. -

Happiness is a warm gun, 1998
Cibachromecm 70 x 103A volte mi viene voglia di cadere, sto lì a pensare a qualcosa che mi sembra importante e mi sento cadere. E’ una sensazione strana, è una sensazione da capogiro e da vuoto allo stomaco. Ultimamente capita sempre più spesso, solo che non riesco bene a capire se sono io che sto cadendo o è tutto il resto, tutto quello che per così dire mi circonda. E’ difficile stabilire come stiano veramente le cose e se devo essere sincera, ammetto che in questo preciso istante non riesco nemmeno a ricordarmi l’ultima parola che ho detto. Tu credi che io abbia perso il cosiddetto controllo, ma ti sbagli, prima di tutto non so bene di che cosa tu stia parlando, perché non ne ho memoria, e poi, anche se questo è un segreto, mi sembra che se mai è accaduto il contrario. Tu parli, parli, ma non dici mai niente ed alla fine l’unica cosa che mi viene in mente di dirti è che si, ho ancora quel cappottino multicolore e quelle scarpe pelose, anzi di scarpe pelose ne ho tre, se per questo. E quando tu mi chiedi cosa ho fatto per averle io ti dico che non ti devi preoccupare, perché ti sarò sempre amica, anche quando sarò scomparsa del tutto. Anzi forse allora ancora di più! Dicono che ho fatto delle cose orribili, ma io non sono mica scema, lo so che quelle voci non contano, e se non esistono, perché mi dovrei fidare di quello che dicono? Nessuna persona normale si può fidare di una o più voci, e se ho veramente fatto qualcosa di orrendo, allora provatemelo, datemi le prove, perché così, senza l’evidenza non va mica bene! Probabilmente stanno solo sognando ed io non ho fatto niente di male, volevo solo qualcosa che cancellasse il dolore, perché non riuscivo più a dormire e c’era sempre tutta quella roba che mi offuscava la vista, tutta quella roba che si accatastava nei miei occhi pigri e nessuno sapeva da dove veniva o chi la aveva portata. E poi avevo freddo! Allora, prima ancora di capire che in mezzo a quella roba forse c’era una coperta, tutto ha cominciato a bruciare. Era bellissimo, come un vortice di calore e di colori che aspirava tutto quello che c’era, e la cosa più bella è che anche questa storia è caduta nel gorgo, così nessuno saprà mai come sono andate veramente le cose. Alla fine si scocceranno e mi lasceranno in pace, così potrò finalmente concentrarmi e ricordarmi quella cosa importante che ti dovevo direed anche se forse tu non sarai qui ad ascoltarmi, io te la dirò lo stesso, così potrò finalmente dormire tranquilla.
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Higher than the sun, 1998
Cibachromecm 70 x 103A volte mi viene voglia di cadere, sto lì a pensare a qualcosa che mi sembra importante e mi sento cadere. E’ una sensazione strana, è una sensazione da capogiro e da vuoto allo stomaco. Ultimamente capita sempre più spesso, solo che non riesco bene a capire se sono io che sto cadendo o è tutto il resto, tutto quello che per così dire mi circonda. E’ difficile stabilire come stiano veramente le cose e se devo essere sincera, ammetto che in questo preciso istante non riesco nemmeno a ricordarmi l’ultima parola che ho detto. Tu credi che io abbia perso il cosiddetto controllo, ma ti sbagli, prima di tutto non so bene di che cosa tu stia parlando, perché non ne ho memoria, e poi, anche se questo è un segreto, mi sembra che se mai è accaduto il contrario. Tu parli, parli, ma non dici mai niente ed alla fine l’unica cosa che mi viene in mente di dirti è che si, ho ancora quel cappottino multicolore e quelle scarpe pelose, anzi di scarpe pelose ne ho tre, se per questo. E quando tu mi chiedi cosa ho fatto per averle io ti dico che non ti devi preoccupare, perché ti sarò sempre amica, anche quando sarò scomparsa del tutto. Anzi forse allora ancora di più! Dicono che ho fatto delle cose orribili, ma io non sono mica scema, lo so che quelle voci non contano, e se non esistono, perché mi dovrei fidare di quello che dicono? Nessuna persona normale si può fidare di una o più voci, e se ho veramente fatto qualcosa di orrendo, allora provatemelo, datemi le prove, perché così, senza l’evidenza non va mica bene! Probabilmente stanno solo sognando ed io non ho fatto niente di male, volevo solo qualcosa che cancellasse il dolore, perché non riuscivo più a dormire e c’era sempre tutta quella roba che mi offuscava la vista, tutta quella roba che si accatastava nei miei occhi pigri e nessuno sapeva da dove veniva o chi la aveva portata. E poi avevo freddo! Allora, prima ancora di capire che in mezzo a quella roba forse c’era una coperta, tutto ha cominciato a bruciare. Era bellissimo, come un vortice di calore e di colori che aspirava tutto quello che c’era, e la cosa più bella è che anche questa storia è caduta nel gorgo, così nessuno saprà mai come sono andate veramente le cose. Alla fine si scocceranno e mi lasceranno in pace, così potrò finalmente concentrarmi e ricordarmi quella cosa importante che ti dovevo direed anche se forse tu non sarai qui ad ascoltarmi, io te la dirò lo stesso, così potrò finalmente dormire tranquilla.
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Let’s get unconscious, 1998
Cibachromecm 70 x 103A volte mi viene voglia di cadere, sto lì a pensare a qualcosa che mi sembra importante e mi sento cadere. E’ una sensazione strana, è una sensazione da capogiro e da vuoto allo stomaco. Ultimamente capita sempre più spesso, solo che non riesco bene a capire se sono io che sto cadendo o è tutto il resto, tutto quello che per così dire mi circonda. E’ difficile stabilire come stiano veramente le cose e se devo essere sincera, ammetto che in questo preciso istante non riesco nemmeno a ricordarmi l’ultima parola che ho detto. Tu credi che io abbia perso il cosiddetto controllo, ma ti sbagli, prima di tutto non so bene di che cosa tu stia parlando, perché non ne ho memoria, e poi, anche se questo è un segreto, mi sembra che se mai è accaduto il contrario. Tu parli, parli, ma non dici mai niente ed alla fine l’unica cosa che mi viene in mente di dirti è che si, ho ancora quel cappottino multicolore e quelle scarpe pelose, anzi di scarpe pelose ne ho tre, se per questo. E quando tu mi chiedi cosa ho fatto per averle io ti dico che non ti devi preoccupare, perché ti sarò sempre amica, anche quando sarò scomparsa del tutto. Anzi forse allora ancora di più! Dicono che ho fatto delle cose orribili, ma io non sono mica scema, lo so che quelle voci non contano, e se non esistono, perché mi dovrei fidare di quello che dicono? Nessuna persona normale si può fidare di una o più voci, e se ho veramente fatto qualcosa di orrendo, allora provatemelo, datemi le prove, perché così, senza l’evidenza non va mica bene! Probabilmente stanno solo sognando ed io non ho fatto niente di male, volevo solo qualcosa che cancellasse il dolore, perché non riuscivo più a dormire e c’era sempre tutta quella roba che mi offuscava la vista, tutta quella roba che si accatastava nei miei occhi pigri e nessuno sapeva da dove veniva o chi la aveva portata. E poi avevo freddo! Allora, prima ancora di capire che in mezzo a quella roba forse c’era una coperta, tutto ha cominciato a bruciare. Era bellissimo, come un vortice di calore e di colori che aspirava tutto quello che c’era, e la cosa più bella è che anche questa storia è caduta nel gorgo, così nessuno saprà mai come sono andate veramente le cose. Alla fine si scocceranno e mi lasceranno in pace, così potrò finalmente concentrarmi e ricordarmi quella cosa importante che ti dovevo direed anche se forse tu non sarai qui ad ascoltarmi, io te la dirò lo stesso, così potrò finalmente dormire tranquilla.
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Little trouble girl, 1998
Video00:05:00Progetto nato dal desiderio di trattare il testo come se fosse un’immagine. Nel video interpreto il classico stereotipo della bambina cattiva che viene messa in castigo. Durante l’azione la mia voce fuori campo canta una strofa di “Little trouble girl” dei Sonic Youth. Questo lavoro vuole essere una riflessione sul problema della diversità e del disagio infantile in relazione al sistema educativo e alle istituzioni in generale.
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Let me be your eyes and enter your darkness so you won’t be afraid, 1999
VideoloopIl video consiste nella soggettiva di una donna (io) che cammina sul bordo di un cornicione compiendo il giro completo del palazzo, in precario equilibrio sui tacchi a spillo. Mentre lei cammina una voce fuori campo sussurra la storia di un suicidio. Ripercorrere i momenti drammatici della storia da quell’altezza è un’azione che aiuta a superare il trauma del vuoto lasciato da chi se ne è andato. Il testo, scritto e recitato da me, contiene citazioni poetiche e musicali.
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Let me take you down the corridors of my life, 2000
Doppia videoproiezione sincronizzata, sonoroloopInstallazione composta da due video proiezioni diametralmente opposte. I video sono la documentazione di un’azione avvenuta nel centro di Milano: l’artista, vestita in maniera infantile, cammina per strada alzandosi la gonna e mostrando le mutande ai passanti. Un video documenta l’azione, l’altro i passanti che camminano nella direzione opposta all’artista, i passanti compiono in questo modo un attraversamento dello spazio espositivo, apparendo prima su una parete e poi su quella opposta.
Partendo da un ribaltamento dello stereotipo del maniaco che insegue la ragazzina fuori da scuola e da sogni classici come quello di trovarsi per strada nudi o di perdersi nella propria città, questo progetto è inteso come una riflessione sull’alienazione e la precarietà del singolo individuo a confronto con la moltitudine umana che abita la città. La ragazzina è cresciuta ed è diventata lei stessa un’esibizionista, ma il suo comportamento non è violento o perverso, le sue azioni sono anzi l’ostentazione di un desiderio (un bisogno) di comunicare con l’altro e il tentativo di confermare la propria identità attraverso uno “svelamento” (il suo abito è di velo). Il gesto di mostrare qualcosa di privato in uno spazio pubblico rende la donna vulnerabile, ma offre allo stesso tempo la possibiltà per uno scambio. -

Un disordine musicale strano e profumato è la materia di cui sono fatti i sogni, 2000
Video, sonoro00:09:00Video nato dal desiderio di cedere ad un altro/altra parte del controllo sul mio lavoro. Il progetto è frutto di un intenso scambio con un’amica, Pia, malata di tumore da 10 anni. In seguito a lunghe conversazioni abbiamo deciso che la materia visiva del lavoro (ambientazione, personaggi, azioni, ecc.) sarebbe stata la ricostruzione di una visione apparsa a Pia, mentre si trovava in ospedale per un trapianto di midollo osseo. L’immagine che Pia voleva trasmettere restituisce una visione di grande amicizia e serenità, molto distante dalla mia idea iniziale e dal mio lavoro in generale. La narrazione, in forma di voce off, è costruita come una lettera in cui le parlo riflettendo sulle difficoltà della vita e sulle cose che ci siamo dette durante gli incontri dell’ultimo periodo. L’intenzione finale di questo progetto è quella di conferire a arte e narrazione una funzione terapeutica e di dono.
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Separarsi è una pena così dolce che vorrei dire addio fino a domani, 2001
Video, sonoro00:11:00Frutto di una collaborazione con Michela Buzzi, nato dal desiderio di dare un senso terapeutico al lavoro e di costruire, attraverso questo un’area di scambio legate alla sfera dell’emotività.
Due amiche (Michela e io) stanno insieme su una spiaggia dal tramonto all’alba ricordando un amico comune che non c’è più.
Il lavoro nasce da una riflessione sull’elaborazione del lutto e sulla possibilità di affrontare un tema così doloroso in maniera laica e costruttiva. -

Paradiso (Quando gli spettri sognano), 2001
Video, sonoro00:25:00Progetto site-specific, realizzato per il castello di Linari in occasione della mostra Arte all’Arte 6.
Le mie mani arrotolano un filo di lana rossa tracciando un percorso che collega le due estremità della casa (la cantina e la torre). Fuori campo sentiamo le voci immaginarie di due gemelle che un tempo abitarono nel castello di Linari.
Il progetto completo consiste in una video installazione situata nella cantina del castello e in un’installazione sonora, in cui si narra la storia delle due gemelle, situata nella torre.
Anche in questo lavoro è affrontato il tema del doppio. -

Potremmo chiamare ossessione questo versante notturno della parola, 2001
Video00:12:00Questo progetto, come “The second woman”, mette in scena una relazione tra madre e figlia. Dalle loro stanze, separate ma contigue, le due donne si parlano senza guardarsi nel silenzio della notte.
La figlia dorme, mentre la sua voce fuori campo bisbiglia e parla dei suoi sogni, rivelando uno stato emotivo tipico di un’età della vita, fatto di incertezze, passioni, paure e bisogno d’amore. Ha bisogno di risposte, di tempo, ha bisogno di capire.
La madre insonne si muove nervosamente dentro alle mura opprimenti della sua stanza. Le sue risposte sono cariche di cinismo e disillusione, come se le sue esperienze passate le avessero tolto la capacità di sognare o di confrontarsi con l’eccessiva emotività della figlia.
Madre e figlia sono interpretate da me, come a rappresentare uno sdoppiamento e l’identificazione con la figura materna, la cui voce è quella di mia madre. -

The second woman, 2002
Video, sonoro00:13:00Una donna arriva a casa ubriaca e inizia una sorta di monologo/dialogo con un’interlocutrice immaginaria, che la esorta a smettere di bere.
Il video mette in scena una relazione tra madre e figlia, concentrandosi in particolare modo sul tema del doppio e dell’identificazione con la figura materna.
Se da un lato la figlia ha paura di diventare come sua madre, dall’altro la ama e non si sente in grado di giudicare le sue scelte.
Il titolo del video è una citazione da “Opening night”, di John Cassavetes, film che appare anche in un frammento del video. -

Enduring love, 2003
Video, sonoro00:07:00Video realizzato con mia nipote Lola, di 7 anni. L’intenzione è quella di rimettere in scena una fotografia di mia madre e me quando avevo la stessa età di mia nipote adesso e di riflettere sulla confusione dei ruoli, giocata ancora una volta sul tema del doppio e dello specchio e sulla continuità fisica che lega madri e figlie. Il testo, in cui si sovrappongono più voci, contrappone il tema della maternità alla logica dell’invasione legata al conflitto.
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Selected Videos 2001 – 2002, 2003
00:41:00Nanni AngeliSpogliarello al contrario.




























