Ferdinando Mazzitelli
Database Opere
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Tre per due, 1997
Video e azione00:12:00 (video)Due gruppi formati da tre attori ciascuno dialogano tra loro muovendosi nello spazio. Il dialogo è costruito in maniera ordinata e alternata: ogni attore ha scelto un libro, un testo o un brano a cui si sente particolarmente affezionato e che porta con sé durante l’azione; ogni gruppo lavora, (prova) inizialmente da solo, cercando di trovare i tempi “interni” ed un’affiatamento tra gli attori, successivamente si prova con tutti e due i gruppi cercando i tempi “esterni”; prima che un gruppo risponda all’altro, c’è una sorta di riflessione, tra i componenti del gruppo che deve parlare, per definire la risposta, il messaggio con cui replicare in un tempo relativamente breve: 1 o 2 minuti al massimo; ogni gruppo durante l’azione è seguito da una videocamera, in tempo reale le immagini sono visibili; quindi due videocamere sincronizzate, due monitor; nei giorni successivi i video realizzati daranno il senso reale di ciò che effettivamente è avvenuto, in contemporanea, all’interno dei due gruppi; i due gruppi come detto si muovono nello spazio cercando di rimanere ad una distanza tale da consentire il reciproco ascolto, come se tenuti da un elastico che si allunga per poi accorciarsi, sentono la distanza, sia quando sono due unità separate e quasi estranee, sia quando sembrano un’unica entità.
Gli attori che partecipano a questa azione fanno parte del “Golgoteatro”. Sin dall’inizio l’idea è stata di affidarsi ad attori per creare distacco sia con il pubblico sia tra loro stessi. Non è interessante in questo momento soffermarsi sul fatto che ci sia o meno un rapporto, una relazione fra i due gruppi o fra gli elementi di un gruppo, o sul come si forma una comunicazione tra questi; è più importante “sentire” quello che sta succedendo in maniera intima, profonda tra queste persone che evidentemente hanno bisogno di reciproco appoggio (posizione politica) ma che sono sole (posizione sociale). Nella situazione in cui il tutto comunica con se stesso, in cui ciò che si comunica sono le identità e il come riprodurle, la comunicazione si svuota. Tutto diventa oggetto di consumo[…]. Quello che viene consumato è sempre la stessa cosa, benché possano variarne l’aspetto e le qualità, cioè si tratta di ciò che riconferma, tiene in vita e rafforza il sistema di comunicazione […]. Il monolinguismo generato diventa perdita delle diversità, perdita di espressività, ma diventa anche comunicazione facile, veloce, superficiale […]. L’omologazione riguarda ogni comportamento […]. -

Tattica narrativa, 1998
Video00:12:00Still dal video realizzato con Federico Tanzi Mira.
Vorrei collegarmi a queste tue riflessioni sulle immagini strane, altre, diverse parlando di estraneità. La finzione è estraneità, nel senso che pur vivendo in un mondo fatto di finzioni, non siamo capaci di relazionarci con la finzione se non in senso negativo, di estraneità. La finzione può aiutarci a formare una immagine privata di noi stessi, è importante che essa sia vissuta come parte integrante del nostro reale. Il lavoro – il video più le immagini – parlano di finzione, di immagini ma soprattutto di narrazione. Bisogna cominciare a ragionare anche attraverso la finzione: la narrazione e le immagini per esempio sono capaci di socializzare il concetto di finzione…
La storia molto spesso soprende i protagonisti, sarebbe bello come accade nel video che il protagonista, trovandosi sorpreso dagli eventi, metabolizzasse immediatamente queste estraneità e le facesse diventare possibilità di racconto, di narrazione, di dialogo anche rispetto alle immagini stesse. La nostra conoscenza si basa sul riconoscere: per riconoscere bisogna prima conoscere, per cui mi sembra che non siamo affatto predisposti a conoscere. La finzione, la simulazione, l’estraneità in un certo senso contengono tutte il carattere di sperimentazione, di approfondimento in quanto elementi sconosciuti, per tanto può essere interessante (così come abbiamo fatto noi) partire dall’idea che noi stessi stando all’interno di una grande simulazione possiamo acquisire il modo sperimentale come Tattica narrativa per confrontarci con il reale. -

Le onde del destino, 1998
Due diapositive sovrapposte proiettate; lettura di raccontodimensioni variabiliCon Federico Tanzi Mira.
“La luce sulla sabbia si trasforma in una immensa distesa d’acqua
i passi mi rimbombano nella mente, li conto per rimanere sveglio, ma dov’è Mosè
grido forte
i due beduini a cammello non mi vedono, non mi sentono,
non li vedo più
adesso mi sembra di sentire il rumore del mare” -

Le immagini sono la differenza, 1999
Diaproiezioni, recitazione e distribuzione 100 foto B/N 10×15dimensioni variabiliIl racconto e i testi, sono recitati dall’autore e sono preceduti dalla distribuzione delle foto tra i presenti. La narrazione è imbastita in modo tale che ognuno degli spettatori abbia possibilità, attraverso la foto in suo possesso, di collegarsi in senso particolare, singolare, alla vicenda generale. Le foto ritraggono donne in pose, atteggiamenti tipici dell’avanspettacolo, un mondo che non esiste più, ricordato solo grazie a documenti, foto che rappresentano la ricerca di successo, proprio per questo più vicine alla tragedia dell’insuccesso personale. Le immagini non saranno connotate, marcate o indicizzate, in modo tale che ogni spettatore pensi che la “sua” foto, raffiguri un protagonista o uno dei protagonisti, questo gimmick permette di avere nello stesso momento più storie, più intrecci più protagonisti. La lettura di circa 20 minuti è intramezzata da diaproiezioni. Il racconto è costruito come uno story board per creare equilibrio tra immagini e testi ed in questo gioco tra più livelli la narrazione funzionerà da legante, da collegamento, cercando una riflessione teorica ma anche una relazione forte, attenta con il pubblico, senza creare una scena teatrale, un distacco tra spettatori e artista.
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Le immagini sono la differenza, 1999
dimensioni variabiliGianni GangaiIl racconto e i testi, sono recitati dall’autore e sono preceduti dalla distribuzione delle foto tra i presenti. La narrazione è imbastita in modo tale che ognuno degli spettatori abbia possibilità, attraverso la foto in suo possesso, di collegarsi in senso particolare, singolare, alla vicenda generale. Le foto ritraggono donne in pose, atteggiamenti tipici dell’avanspettacolo, un mondo che non esiste più, ricordato solo grazie a documenti, foto che rappresentano la ricerca di successo, proprio per questo più vicine alla tragedia dell’insuccesso personale. Le immagini non saranno connotate, marcate o indicizzate, in modo tale che ogni spettatore pensi che la “sua” foto, raffiguri un protagonista o uno dei protagonisti, questo gimmick permette di avere nello stesso momento più storie, più intrecci più protagonisti. La lettura di circa 20 minuti è intramezzata da diaproiezioni. Il racconto è costruito come uno story board per creare equilibrio tra immagini e testi ed in questo gioco tra più livelli la narrazione funzionerà da legante, da collegamento, cercando una riflessione teorica ma anche una relazione forte, attenta con il pubblico, senza creare una scena teatrale, un distacco tra spettatori e artista.



























