
In “U.O. (unidenfied object )”, ho costruito sul mio corpo un’ipotetica seconda pelle , una sorta di protesi spontanea, avvalendomi di alcuni materiali ricorrenti nella mia ricerca, come capelli e piume, che costituiscono notoriamente la parte residuale e persistente del corpo umano-animale, e introducendo, stavolta, il recupero di oggetti spezzati e abbandonati, che in questo caso caratterizzano l’ambiente della città in cui ho realizzato la performance. Con questi materiali eterogenei mi sono coperta interamente, bloccando il mio corpo attraverso queste protesi ingombranti che hanno accecato il mio movimento fino al’ immobilità. Quindi, quest’azione che nel corso del suo sviluppo ha raggiunto la completa stasi, è diventata concrezione di materiali dove il mio corpo che è stato sepolto in essi è bloccato da ogni possibilità di movimento. Così come nelle performance precedenti, anche in “Unidentified object”, l’uomo diventa l’organo interno, in questo caso, della sua stessa costruzione che riattiva e ricompone casualmente ciò che, nonostante la dispersione, è atto a durare al di là della sua esistenza.