
L’installazione mette in scena lo stand di una sedicente ditta produttrice di lampade, la Neue Licht. Vengono esposte alcune immagini di lampade dal design accattivante e moderno, prese da riviste specializzate. Queste riproduzioni sono contenute in raffinate cornici di legno naturale, tali da richiamare un particolare gusto per il complemento d’arredo.
Di fronte, un tavolino, realizzato con due cavalletti e due vetri smerigliati sovrapposti come piano d’appoggio, offre ai visitatori dei comunicati stampa con intestazione e marchio della ditta. Ma il testo è straniante: viene infatti riportata una notizia scientifica apparsa recentemente su un quotidiano, che spiega come a Boston un centro medico lavori, con buoni risultati, intorno a un processo di fabbricazione artificiale del derma umano per risolvere il problema dei grandi ustionati. A questa notizia segue quella che l’azienda tedesca, da sempre impegnata nella ricerca di nuovi materiali destinati alle sue collezioni, intende sostenere economicamente il centro ricerche di Boston.
L’intento è quello di problematizzare, senza chiarire, se l’ambigua collaborazione che la Neue Licht intende offrire al centro medico sia una partecipazione economica disinteressata con fini umanitari, o se invece riveli un oscuro interesse per i possibili utilizzi commerciali del tessuto biotecnologico applicato all’industria delle lampade.
Non ci sarebbe niente di nuovo. Tra i due vetri smerigliati del tavolino è racchiusa un’immagine chiave. Si tratta di un ingrandimento laser di una foto in bianco e nero scattata nel campo di sterminio di Dachau, nel 1945, dove tra gli altri oggetti realizzati in pelle umana è riconoscibile un paralume, appositamente virato in colore rosa-carne.
Infine ad una parete è esposto un grosso topo. Si tratta di una cavia con un difetto genetico essa viene fabbricata in un laboratorio americano: la sua caratteristica è di produrre una smisurata quantità di pelle.