
Come tutte le opere di Michael Fliri, dove il ruolo di protagonista è affidato alla trasformazione, ai processi di transizione e alle concatenazioni causali, anche il filmato Der Schneemann documenta una trasformazione: l’artista, calato nel ruolo di un pupazzo di neve, entra in uno spazio espositivo del tutto neutro, e da lì il pupazzo comincia ad adeguare lo spazio alla propria essenza materiale, riempiendolo gradualmente di neve (granulato di polistirolo) fino ad esservi completamente immerso e a diventare tutt’uno con la stanza. Col sopraggiungere del pupazzo, la neve comincia a diffondersi, sollevandosi, respirando, modificandosi e plasmando lo spazio circostante. Il processo che vede muoversi e agire il pupazzo di neve è quindi lo stesso in cui si compie la modificazione della stanza, tanto è vero che ad ogni passo dell’uno si percepisce nettamente lo stato transeunte dell’altra. Non è la stanza, quindi, a creare il presupposto dell’esistenza del pupazzo, ma semmai la natura o il soggetto di quest’ultimo a determinare la nascita e lo sviluppo di uno spazio specifico. In questo senso, il pupazzo di neve incarna il soggetto di una determinata situazione logistica, e questa, a sua volta, alla fine del processo ci da una testimonianza tangibile di ciò che si cela nel pupazzo. L’azione, e il filmato che la documenta, affrontano ad un livello generale il tema del rapporto di dipendenza spaziotemporale tra un essere vivente e l’ambiente con cui interagisce. Ma al tempo stesso, l’opera esprime una metafora elementare sul lavoro di un artista, sulla scultura intesa come categoria artistica nel suo rapporto col materiale, col processo creativo e col contesto logistico in cui si colloca. La scultura, infatti, è un linguaggio artistico che compenetra lo spazio, e nasce dall’azione che dall’esterno sottrae volume all’interno, analogamente al pupazzo che riempie la stanza con la neve emessa dalla sua cavità addominale. Una scultura ambientale, nel senso artistico ed esistenziale del termine, prende corpo nel momento in cui creiamo delle situazioni, strutturando lo spazio circostante e producendo dei significati in cui facciamo confluire noi stessi, come il pupazzo che si fonde con la neve. (Testo di Marion Piffer Damiani)