No man’s land (andata e ritorno), 1998

Acrilici su tela trattata e modellata
misura ambiente

Nelle favole c’è sempre un rospo che diventa principe. Con un bacio o una bacchetta magica, c’è sempre qualcuno o qualcosa che perde il proprio stato per accedere ad una nuova condizione: così le zucche si trasformano in carrozza e le cenerentole diventano regine.
Il procedere della “non arte” verso l’unicità (ready made) o, viceversa, dell’arte verso la serialità (pop art), ha sempre avuto ai miei occhi un valore sentimentale piuttosto che concettuale; un processo dal forte contenuto simbolico, d’altronde “simbolo non è solo ciò che tiene insieme due parti, ma è anche la testimonianza della tensione che posseggono le due parti ad unirsi”.
La metamorfosi, l’affrancamento dalla condizione iniziale, la continua reversibilità fra l’alto e il basso, mi sono sempre sembrati i contenuti e la promessa più affascinante dell’arte contemporanea e del suo essere figura metaforica del progetto di sviluppo della modernità.
Andata e ritorno si inserisce nell’incrinatura di questo sentimento, nella percezione di inquietanti di regressione, non tanto, o non necessariamente, dentro manifestazioni plateali, “dentro la grande storia, ma all’interno di quella piccola storia di cui è misura l’esistenza di ciascuno di noi”.