Lorenzo Scotto di Luzio


Diapositive

Senza Titolo, 1995
Stampa digitale su carta fotografica, 100 x 70 cm

Elastico, 1999
Scultura in plastilina, dimensioni reali, 7 x 2 cm circa

Fiammifero, 1999
Scultura in plastilina, dimensioni reali, 3 cm circa

Buon Natale, 1999
Ambiente ricoperto da carta da regalo
Laboratorio, Napoli

Bella mostra, 1999
Massaggiatrice elettrica, pollo in cartapesta, sonoro, 130 x 100 x 45 cm

Ti amo anche io, 1999
Grattugia elettrica, rotoli di carta, legno, 250 x 280 cm

Ecce Cavallo, 2000
Scultura in cartapesta e vetroresina, dimensioni reali

Pianta da salotto, 2000
Stampa digitale su carta fotografica, 80 x 120 cm

Confezioni Taylor, 2001
Stampa digitale su carta fotografica, 100 x 70 cm

Sad-Sud, 2001
Disegno carboncino su carta, 200 x 150 cm

Pallottola vagante, 2000
Carta e scotch da imballaggio

Big Mama, 2001
Cristalliera, bomboniere, motori per lavatrice, fotocellule, 40 x 220 x 210 cm


Database Opere

No Expectations 2000
Tendina, legno, carte da gioco, motore elettrico
cm 45 x 53 x 38

Big mama 2001
Cristalliera, bomboniere, motori di lavatrice
cm 220 x 230 x 45
Una cristalliera a basso costo ma piuttosto imponente, finto antica e stracarica di bomboniere, mostra a chi le si avvicina chiari segni di insofferenza.

Confezioni Taylor 2001
Poster
cm 100 x 70

Love me tender 2002
C-Print
cm 150 x 125

Love me tender 2002
Ciondolo d’argento e fototessera
cm 3 x 3

Love me tender 2002
Mozziconi di sigaretta su legno
cm 70 x 70

I Will Survive 2002
Video
00:03:30
Scotto canta la canzone di Gloria Gaynor mentre tenta assurdamente di incastrarsi nel volto degli oggetti.

Smoking and Drinking 2002
Legno, cartone, lattina e mozziconi di sigaretta
cm 80 x 20 x 30

Elastico 2002
Plastilina in teca di Plexiglas
cm 3 x 9 x 12

Spontex 2002
Plastilina in teca di Plexiglas
cm 6 x 25 x 25

Fiammifero 2002
Plastilina in teca di Plexiglas
cm 2,5 x 3 x 3

Elastici 2002
Plastilina in teca di Plexiglas
cm 6 x 25 x 25

Guanti da cucina 2002
Plastilina in teca di Plexiglas
cm 7 x 35 x 35

Tutto il tempo che ho sprecato 2002 Ventole
misura ambiente
L’installazione occupa il piano superiore della galleria, in cui ventole al soffitto mulinano e agitano inutilmente l’aria sopra la testa dei visitatori.

Lorenzo Scotto interpreta Luigi Tenco 2002
Fly case, impianto stereo, 10 copertine con dischi in vinile
misura ambiente
Con la collaborazione del gruppo musicale Le loup garou e la produzione dell’etichetta partenopea Neapolitan Surfers, Lorenzo Scotto ha scelto, cantato e riarrangiato dieci tra le più belle canzoni di Tenco, registrando il tutto su un fedele Long Playing in vinile.
Dieci differenti copertine confezionano l’LP. Qui l’artista si è ispirato al repertorio fotografico di Tenco, ma anche ad alcune vecchie foto di album d’autore della canzone popolare italiana. Pozzuoli, location delle foto di copertina, diventa grazie agli scatti di Donatella di Cicco la Genova della fine anni ’60, dando vita così ad un autentico oggetto-disco che lega, per questa occasione, Scotto di Luzio a Tenco in un ponte tra passato e presente.
Qui e ora, Castel Sant’Elmo, Napoli

Lorenzo Scotto interpreta Luigi Tenco 2002
Dischi in vinile e copertine
cm 31,5 x 31,5
Sei delle dieci copertine.
Qui e ora, Castel Sant’Elmo, Napoli

Cheek to cheek 2003
Carta, legno, motore elettrico e pallottole di scotch
dimensioni variabili

Senza titolo 2003
cm 70 x 100

The sounds of Venice 2003
Cd sonoro

Fine 2003
Stampa digitale
cm 70 x 100

What do we speak when we say spriz? 2003
Striscione
cm 60 x 400

Senza titolo 2004
Rotor display
cm 80 x 110

Elastici 2007
Plastilina in teca di Plexiglass
cm 30 x 30 x 30
L’opera riproduce con precisione oggetti banali, di comune uso quotidiano e prodotti in serie. Differentemente dai loro modelli, però, sono realizzati a mano e non hanno alcuna utilità, piuttosto fanno il verso alla realtà per contraddirne le regole, irriderne le ragioni d’ordine logico, il valore commerciale o la perizia nella realizzazione. Allestiti all’interno di teche di plexiglass, sembrano reperti di un immaginario mondo animato: oggetti sottratti a qualche personaggio in plastilina di un cartoon dimenticato.
Museo MADRE, Napoli

Senza titolo 2007
Ruota di bicicletta, cinghia, tinozza, grande soffietto
misura ambiente
L’installazione è una macchina improbabile, assemblata con pezzi di fortuna: una ruota di bicicletta, una cinghia, una tinozza e un grande soffietto che, cigolando, si allunga e si contrae liberando nell’aria anelli di fumo. Un marchingegno ironico e spietato nello stesso tempo, che dà vita a una serie di movimenti privi di finalità o utilità precise, salvo il fatto di immergere e levare dalla tinozza un’inerme personaggio di peluche blu. A parte tutto un filone di moderna mitologia legato a questi meccanismi bizzarri, a volte lugubri, spesso divertenti – nato a partire dal Grande Vetro di Marcel Duchamp (o La Mariée mise à nu par ses célibataires, même, 1915-23, Philadelphia, Museum of Art) e descritto da Harald Szeeman in Le macchine celibi [Electa, Milano 1989] – di fronte all’installazione di Scotto la memoria corre alle origini dei cartoni animati, ai loro marchingegni fantastici che facevano il verso alle catene di montaggio dell’industria moderna, ai personaggi nati dalla fantasia di Pat Sullivan, Jiri Trnka, Walt Disney e poi Mordillo o Franco Jacovitti, per fare alcuni nomi. Come nel lavoro dell’artista americano Mike Kelley, il modo infantile e adolescenziale, sia come immaginario sia come atteggiamento, è assunto da Scotto quale punto di vista e punto di partenza privilegiati per l’osservazione della realtà. Sospesa tra la tragicità della sua mancanza di senso e la comicità dell’azione, l’opera mette in scena un sardonico congegno dell’assurdo, che con il suo ritmo volutamente lento e sognate, impacciato e monotono, sembra da una parte lanciare un monito sulla realtà della vita contemporanea; dall’altra invita a lasciarsi andare, almeno per un momento, al gioco e all’invenzione, alla capacità dei bambini di entrare e uscire in ogni momento dal mondo dell’immaginazione._Nello specifico, l’opera traduce tridimensionalmente la sequenza d’apertura di Mondo fantastico (2004), un video animato disegnato a mano da Scotto e liberamente ispirato ai Quattro quartetti di T. S. Eliot (1935-42), dove compare un complesso macchinario ispirato alla tradizione degli illustratori d’inizio XX secolo. Entrambe le opere nascono in un clima di guerra: l’uno in concomitanza con la seconda guerra mondiale; l’altro con l’inizio della seconda guerra del Golfo. Differentemente dal messaggio mistico e spirituale che contraddistingue i quartetti eliotiani, l’artista sembra piuttosto contrapporre alla tensione tragica degli eventi, un’originaria vitalità capace di andare oltre la difficoltà o la negatività del presente e di continuare a sperare là dove la ragione dispera.
Museo MADRE, Napoli

Non credo che ci vogli granché per diventare un pagliaccio bugiardo 2007
Video
00:02:52
Con un esilarante coup de théâtre Scotto mette in atto in questo video le proprie intenzioni criminali. Interpretando un ruolo insieme comico e violento, si trasforma in un cecchino pronto a fare fuoco su un pupazzo di Babbo Natale scoperto ad arrampicarsi sulla finestra di un’abitazione per portare i suoi doni. Prende le vesti di un fantomatico vendicatore, impegnato a sconfessare la letizia bugiarda del buonismo natalizio. Con un ritmo progressivamente incalzante il racconto si snoda in poche, cadenzate sequenze per concludersi nella tragicomica scena di chiusura, che riprende la caduta della vittima, drammatizzandola attraverso un sapiente montaggio.
Museo MADRE, Napoli

Tableaux Vivant 2007
Video
00:09:00
ll video racconta un vero e proprio assalto al museo MADRE compiuto da un gruppo di uomini vestiti di nero e con il volto coperto da calze di nylon. La banda irrompe armata, sequestra i visitatori che visitano le sale del primo piano e, dopo averli picchiati, legati e rinchiusi, li giustizia senza pietà nelle sale al pianterreno. L’artista mette in scena sequenze da cronaca nera, quelle che riempiono i telegiornali e i dibattiti televisivi di prima serata, trasportandole negli ambienti puliti e ovattati di un museo d’arte contemporanea.
Scotto di Luzio si confronta con la rappresentazione della violenza. Una violenza senza motivi e senza fini, animata solo dallo sprezzo per la vita altrui, la cui assurdità morale trova, infine, esito nel suono ottuso di quel fucile giocattolo, che sopprime una dopo l’altra le sue vittime: unica nota acustica di un gioco spietato e sarcastico, che nella scena finale cita opere della storia dell’arte come Fucilazioni del 3 Maggio di Francisco Goya (1814, Madrid, Museo Nacional del Prado), ripreso da Pablo Picasso in Massacro in corea (1951, Parigi, Musée Picasso), e Fucilazione dell’Imperatore Massimiliano di Eduard Manet (1868, Mannheim, Kunsthalle), «ricostruita da Degas e fonte di ispirazione per diversi dipinti di Jasper Johns» [Mario Codognato, in cat. mostra, Electa, Milano 2007]. Un gioco che ha il fascino ipnotico della brutalità, quello stesso che costringe lo spettatore occasionale a fermarsi per guardare lo spettacolo della morte, trasformandosi in sadico voyeur Davanti al dolore degli altri, come scrive Susan Sontag in un suo saggio recente [Mondadori, Milano 2006], in cui parla del ruolo giocato da celebri foto di cronaca e di guerra nella costruzione del senso collettivo. L’artista rompe la barriera tra la realtà, il caos della strada e l’arte, restituendo quest’ultima alla violenza del quotidiano. L’effetto straniante che contraddistingue il lavoro è prodotto da un insieme di elementi: la contrapposizione tra il tumulto della colluttazione e il silenzio del video; il cortocircuito tra il tempo veloce dell’azione e l’atemporalità del luogo in cui questa si consuma (associato in genere a una situazione di calma e rilassata contemplazione). Ed è, in particolare, rafforzato dalle sequenza “bloccate”, che intervallano la progressione dell’azione fino al suo apice attraverso il semplice immobilizzarsi sul posto degli attori, mentre la macchina da presa continua a filmare, rivelando l’ordine tridimensionale, scultoreo, dello spazio e la plasticità dei corpi. Da un punto di vista linguistico ed espressivo questi “quadri viventi” (tableaux vivant) dove l’azione è sospesa nel suo farsi e proiettata nel tempo lungo della pittura o della fotografia, sono l’elemento forte e originale dell’opera, perché – ancor più di un fermo-immagine o di un rallentie cinematografico – mostra la violenza per quello che è: l’impeto raggelato di un’energia distruttiva che, prima ancora che fisica e diretta all’annullamento del corpo, è mentale e pulsionale. Tanto più che i colpi inferti dalle armi giocattolo non producono ferite né sangue.
Museo MADRE, Napoli