Diapositive

Lucciole, 1988/91
48 fotografie b/n, 18 x 24 cm
L’unica via d’uscita da un lavoro precedente assai estremo poteva darsi nel porre le condizioni iniziali in modo che l’opera si potesse compiere da sola. Mi affascinava l’idea di un segno che non fosse determinato direttamente dalla mano dell’artista, dalla sua cultura, bensì da qualcos’altro che disegnando liberamente tracciasse segni “inintenzionali”. E’ nato così Lucciole. Ho realizzato questo lavoro facendo impressionare la pellicola fotografica dalla luce emessa da 25 lucciole che ho raccolto in campagna; le ho trasportate in camera oscura e le ho lasciate camminare liberamente su pellicole 18 x 24 cm. Ho poi sviluppato e stampato le pellicole su carta fotografica.
Galerie Jutta Kinter, Remshalden-Geradstetten

Series, 1990/93
72 polaroid ossidate e Plexiglas cm 10,7 x 13,2 ciascun elemento
«Giocare vuol dire fare esperimenti col caso». «Non giocano forse anche Dio e la Natura?». (Novalis, Frammenti). Ma non è forse il gioco una creazione? E la creazione un gioco? Allora anche “creare” vuole dire fare esperimenti col caso.
Riproduzioni fotografiche da: – Anonimo, Cattedrale di Rouen; – Eugène Atget, Ninfee
Galerie Jutta Kinter, Remshalden-Geradstetten

La conoscenza di Sé, 1990/95
(Gabriele P.)
Polaroid b/n 64,5 x 27,5 cm
Socrate: Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi un’immagine di colui che la guarda?
Alcibiade: E’ vero.
Socrate: Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell’occhio, con la quale anche vede, vedrà sé stesso.
Alcibiade: Evidentemente.
Socrate: Ma se l’occhio guarda un’altra parte del corpo umano o degli oggetti, ad eccezione di quella che ha simile natura, non vedrà sé stesso.
Alcibiade: E’ vero.
Socrate: Se allora un occhio vuol vedere sé stesso, bisogna che fissi un occhio, e quella parte di questo in cui si trova la sua virtù visiva; e non è questa la vista?
Alcibiade: Sì.
Socrate: Ora, caro Alcibiade, anche l’anima, se vuole conoscere sé stessa, dovrà fissare un’anima, e soprattutto quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell’anima, la sapienza.
(Platone, Alcibiade primo, 132e-133b)
Galleria Gian Ferrari Arte Contemporanea, Milano (1994)

La tela di Penelope, 1993
Fotografia b/n 80 x 325 cm
Penelope come artista che non fa e disfa la tela perché attende Ulisse, bensì perché “attende” l’opera. Fare e disfare, più che sintomo di incertezza, di esitazione, di insoddisfazione, è attesa dell’evento dell’opera, che non viene ricercata ma lasciata essere, posta in condizione di rivelarsi proprio attraverso la continua tensione del “tentativo”. L’attesa come azione passiva, passione attiva, attenzione.
Peccato di novità, Galleria Emi Fontana, Milano

La disparition, 1994/95
Collage di fotografie a colori, 300 x 270 cm
“La disparition” è un collage di fotografie che riproduce la pianta del métro parigino. In tutte le 350 stazioni che lo compongono, è stata fotografata, di tale pianta, la parte che rappresenta la fermata stessa e che, per effetto della “consultazione” tattile, si presenta consumata in maniera ogni volta differente a seconda della maggiore o minore frequentazione dei passeggeri.
Con le suddette fotografie è stata ricostruita l’intera pianta. “Quello che succede e si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, interrogarlo, descriverlo?” (George Perec).

Espèce d’espace, 1997
Fotografia b/n, dimensioni variabili
Espèce d’espace è una fotografia in bianco e nero scattata nella stazione della metropolitana di Porta Venezia. La fotografia rappresenta un luogo, o meglio un ex luogo, un tempo occupato da negozi di cui sono state smantellate le pareti. L’immagine mostra la traccia rimasta dei loro pavimenti e soffitti.
L’idea di questo lavoro è che il punto di vista preciso da cui è stata scattata questa fotografia rivela questo spazio diviso in due, dando una “vertigine” visiva. Nel 2001 ne è stato prodotto un video della durata di un minuto.

Dromofotografia, 1997
Collage di fotografie a colori, dimensioni variabili, particolare
“Dromografia” è un lavoro ispirato ad un saggio di Paul Virilio sulla ‘dromoscopia’, ovvero la percezione del paesaggio ‘in velocità’ spaziale e temporale.
Questa lunga stampa è stata relizzata scattando fotografie in successione dal finestrino di un’auto in corsa su un cavalcavia di Milano. Il risultato è una striscia che mostra il fronte degli edifici affacciati su di esso e i relativi incroci, per circa due chilometri in una visione parallela e paratattica impossibile nella consueta realtà percettiva. Questo lavoro è il contrario dei non-luoghi, nella velocità infatti i luoghi assumono facilmente i connotati dei non-luoghi, anzi è la componente che li rende tali. Qui, invece, nonostante la ‘velocità’ sia un fondamento, la possibilità della visione ‘contemporanea’ ci consente di poter distinguere quelle case, quelle finestre dall’anonimato.

Lucciole, 1997
Cibachrome, dimensioni variabili
Ho realizzato questi lavori facendo impressionare la pellicola fotografica dalla luce emessa dalle lucciole.
Innanzitutto ho raccolto, la notte del 29 Giugno 1988, in una zona non ancora inquinata della campagna pavese, a circa 30 km da Milano, 25 lucciole; sistematele in un apposito contenitore rifornito di nutrimento – erba, acqua e zucchero – le ho trasportate nella camera oscura del mio studio, a Milano.
Qui ho lasciato camminare liberamente le lucciole (non volare: le lucciole volano soltanto nel loro ambiente naturale e in funzione dell’accoppiamento) a gruppi di due o tre o più, o anche da sole, su pellicole fotografiche 18 x 24 cm, impressionandone in totale 48.
Il giorno successivo ho proceduto alla liberazione delle lucciole nella loro zona di provenienza e ho sviluppato le pellicole. In seguito ho realizzato una serie di stampe su carta fotografica di 108×144 cm, che riproducono fedelmente l’intera pellicola con un fattore di ingrandimento di 6 volte. Inoltre, ho realizzato 12 parallelepipedi di plexiglas luminosi recanti su ciascuna delle quattro facce, di 18×24 cm, una pellicola diversa.
Database Opere

Il circolo virtuoso 1992
Polaroid ossidate
3 quadri da cm 80 x 92 ciascuno, composti da 60 polaroid di cm 10,7 x 13,2 ciascuna
1ª fase: “Partenza”. Ho distribuito a 60 persone altrettante Polaroid su ciascuna delle quali ho riprodotto un fotogramma della famosa sequenza Annie G. al galoppo di Eadweard Muybridge del 1887.
2ª fase: “Attesa” (durata 9 mesi). Ho consigliato l’esposizione, della Polaroid consegnata, in un luogo asciutto, luminoso, ma non direttamente esposto ai raggi del sole.
3ª fase: “Arrivo”. Ciascuno dei partecipanti ha riconsegnato la sua Polaroid ossidata che è stata posizionata secondo l’ordine di restituzione.
Riproduzione fotografica di Eadweard Muybridge, Annie G. al galoppo, 1887
Nela foto: Partenza, febbraio 1992
Viafarini, Milano

Video Stadio 1997
Video
00:07:00
Spesso la cosa più difficile è vedere ciò che si ha sotto gli occhi, come i luoghi dimenticati per troppa frequentazione.
Video Stadio è un’inquadratura fissa di una telecamera sui piloni del terzo anello dello Stadio di San Siro, a Milano. Alla fine della partita le persone scendono lungo le rampe a spirale dei piloni, e per un effetto ottico-percettivo li fanno letteralmente “girare” su se stessi, sembra che si “avvitino” nel terreno. I piloni dello stadio di San Siro senza i tifosi che escono alla fine della partita non girano, non ballano, non si animano.

Fuoricampo 1997
Stampa fotografica a colori
dittico di due elementi da cm 40 x 65 ciascuno
Fuoricampo è un lavoro commissionato e finanziato dal comune di Napoli che ha scelto 8 artisti perché fotografassero le periferie. Ho voluto fare un lavoro ironico sul paesaggio, tema importante e classico, tanto per la fotografia quanto per la pittura. Il paesaggio, si sa, è creato, anzi, determinato dal taglio, dall’inquadratura che in questo lavoro è lo spazio che le porte dei campetti di calcio, improvvisate “abusivamente” dai ragazzini negli sterrati di periferia, nei famosi “terraine vague”, traguardano.

Video Rom 1998
Fotografie e video
00:15.00
Come rispondere a domande tipo: da dove vengono le persone che chiedono l’elemosina ai semafori o sulla metropolitana delle grandi città? Come sono i loro paesi di provenienza, le loro case, le loro vite? Come vivevano prima di trasferirsi negli squallidi campi nomadi alla periferia delle nostre città? E che tipo di persone sono prima di essere “extracomunitari”? Ecco la semplice idea: andare in un campo nomadi di periferia: «abbiamo scovato dietro al Cimitero Maggiore di Milano una comunità di rom che vive tra un parcheggio di Tir turchi e un campo di macedoni». Chiedere alle persone che vi abitano da dove provengono: «dalla Romania, vicino a Timisoara, veniamo da Costei, un paese di campagna». Dire loro che si ha l’intenzione di compiere un viaggio in Romania e che potremmo andare a trovare i loro parenti: «ho lasciato lì mio figlio piccolo, aveva tre mesi, è con la nonna, adesso ha dieci mesi, ecco una sua foto quando l’ho lasciato». Spiegare loro che la nostra idea sarebbe quella, con il loro consenso, di fare da “ponte” mediante uno scambio fotografico: «vi promettiamo che andiamo a trovare Narcis e il resto della vostra famiglia e che li fotograferemo e riporteremo indietro i loro ritratti», «anzi fotografiamoci qui tutti insieme, facciamo delle fotografie da portare alla nonna Julia in regalo, e anche a Zina, che è la maggiore, è rimasta a casa con le cugine per finire la scuola»
Realizzare il viaggio, portare le fotografie fatte a Milano ai parenti rimasti in Romania, a Costei, fotografarli a loro volta e riportare le fotografie indietro nel campo nomadi di periferia.
Nessuno si sognerebbe di fare una cosa simile; però farla muove qualcosa,
anima un pensiero di esperienza di vita vissuta con-divisibile. “Video Rom” è nato da questa ipotesi. Così in “Video Rom” (lavoro realizzato in collaborazione con Marco Biraghi) scopriamo che i luoghi fisici ai margini delle metropoli nelle quali abitiamo e di cui ci sentiamo “padroni” si rivelano non soltanto modificati ma addirittura determinati dalla presenza di zingari ed extracomunitari (cioè proprio coloro che comunemente si ritengono “estranei”) a un punto tale che certi luoghi sono comprensibili esclusivamente alla luce del loro “punto di vista”. L’intero progetto è composto di tre elementi: il primo, un video in 15 episodi, che documenta il duplice scambio fotografico. L’inquadratura è stata suddivisa in due in modo da poter affiancare, parallelamente e contemporaneamente le immagini girate a Milano a quelle girate a Costei.
Il secondo, una serie di fotografie di frame del video presi durante il montaggio e che rappresentano alcuni momenti particolari; nel loro fluire le due immagini in movimento si incontrano, si accordano perfettamente e poi si allontanano una dall’altra. Le fotografie vogliono visualizzare e rendere duratura quella frazione di secondo. Questa operazione però rappresenta qualcosa di più del semplice “fermare l’attimo”, perché è la forma dell’incontro fortuito tra necessità e caso. E in ultimo, da un album di fotografie dell’intera famiglia rom, dalla nonna ai nipoti.

São Paulo 2001
Video
00:05:50
Progetto realizzato in collaborazione con Armin Linke. Il video è stato girato in due delle maggiori favelas di San Paolo: Heliòpolis (80.000 abitanti) e Paraisòpolis (50.000 abitanti), che abbiamo visitato guidati da un insegnante e un medico del posto.
L’idea di base era quella di passeggiare, semplicemente guardando e osservando quello che era sotto i nostri occhi. Il montaggio di questo video non è ancora completato; attualmente stiamo lavorando alla colonna sonora per una presentazione per Art For The World a Ginevra.

L’enigma dell’ora 2002
Stampa digitale
cm 840 x 520
Dei tre siti interessati dagli interventi degli artisti in occasione di “In alto. Arte sui ponteggi”, il loggiato del cortile del Palazzo di Brera è particolarmente connotato e complesso. Si tratta del ponteggio montato in occasione del restauro dell’orologio dipinto a calce su muro nel XVIII secolo. Il quadrante infatti necessitava di un intervento conservativo ed estetico. La presenza dell’opera di un artista contemporaneo in prossimità dell’ingresso della Pinacoteca di Brera ha un forte valore simbolico: la volontà di ribadire un legame tra passato e presente. Con questo spirito, Paola Di Bello ha realizzato un’opera ad hoc, studiando il sito, la sua storia e la sua immagine, ma anche analizzando lo sguardo di tutti coloro, dai turisti, agli studenti, al personale di Accademia e Soprintendenza, che ogni giorno percorrono quel cortile. Sguardi rapidi e distratti che vagano tra la statua del Canova di Napoleone come Marte pacificatore e il peristilio, tra le originali mises degli studenti e l’anonimato delle comitive di gitanti. Lo sguardo dell’abitudine non è infatti più attento di quello stravolto dall’eccesso di informazioni culturali. Paola Di Bello gioca con lo sguardo vagante e provoca lo spettatore offrendo una replica sottilmente anomala di quanto
appena visto, il cortile di Brera con la statua di Napoleone al centro. “Enigma dell’ora, di Dechirichiana memoria, copre lo storico orologio in restauro. Sulla copertura del ponteggio l’ora è data da una foto della statua dell’Imperatore che, come una meridiana, segna metafisicamente il tempo con due ombre. L’immagine è stata infatti ottenuta sovrapponendo due scatti, uno realizzato durante il giorno con l’illuminazione naturale e uno di notte, con l’illuminazione artificiale. L’espediente, leggibile ad immagine intera confrontando il cielo luminoso e i fari accesi sotto il loggiato, è stato volutamente omesso limitando la foto alla sola parte centrale. Per capire è dunque necessario guardare bene e ragionare. Si tratta del tipo di attenzione richiesta dall’arte, uno sguardo che sappia andare oltre. La sfida sarà il confronto con gli sguardi vaganti.”
Marina Pugliese

Cosa si vede a Mirafiori, cosa vede Mirafiori (Animali #01) 2002
Due sono i punti adottati:
1) che cosa si vede a Mirafiori;
2) che cosa vede Mirafiori.
Il primo è uno sguardo più oggettivo, generale e descrittivo. Il secondo, uno sguardopiù privato, particolare e partecipativo. Uno è “esterno”, l’altro è “interno”. Il primo si traduce in una catalogazione fotografica. Le categorie potrebbero ricordare quelle delle tassonomie di Borges, Sei Shonagon o Perec, oppure gli atlanti di Atget o di Ghirri, ma anche appartenere alle categorie individuate dalle ricerche urbanistiche. Le undici categorie sono:
animali; acque; fiori di Mirafiori; sentieri spontanei; strade senza auto e auto senza strade; luoghi della ricreazione;
luoghi della memoria storica; esercizi non più in esercizio; ripari; case a quinte e case a curve; impalcature.
Il secondo è composto da una sola categoria fotografica: finestre sui cortili.
Una doppia esposizione – la prima diurna, la seconda notturna – sovrapposte sulla stessa pellicola, caratterizzano queste ultime immagini. Si tratta di una serie di vedute urbane realizzate da diverse finestre di case private. La tecnica impiegata consente di vedere in modo diverso il panorama visivo quotidiano, ciò che tutti i giorni sta sotto gli occhi degli abitanti del quartiere, e che nel tempo tende a scomparire, a diventar loro invisibile.
“Il quartiere di Mirafiori è storicamente legato alla Fiat, inserito nei programmi di Urban2 (2002-2006), quest’area sarà sottoposta, nei prossimi anni, ad importanti azioni in ambito urbanistico e strutturale che la porteranno ad ospitare anche alcune strutture per le Olimpiadi invernali del 2006. In qualità di mediatore, a.titolo ha invitato la fotografa Paola Di Bello a realizzare una campagna che documentasse lo stato attuale del quartiere e in particolare alcuni luoghi che rientrano nelle azioni del programma europeo e altri che saranno interessati dagli interventi artistici di Nuovi Committenti.
Coerente con le linee guida di Urban e con alcune metodologie attuate dai mediatori nella fase preliminare di ascolto del quartiere, il progetto si è sviluppato a partire da una serie di incontri e confronti che hanno evidenziato le eterogenee percezioni di questo specifico spazio urbano da parte di alcuni attori coinvolti nel processo. Attraverso uno scambio diinformazioni che hanno coinvolto i mediatori, lo staff operativo del progetto europeo e alcuni abitanti, l’artista ha ideato una campagna che si articola in due sezioni:
Cosa si vede a Mirafiori: in questa sezione Paola Di Bello ha documentato lo stato attuale del quartiere attraverso una griglia di temi che intendono definire il territorio urbano come un luogo nel quale convivono interventi architettonici su grande scala (complessi edilizi, cantieri, assi viari, giardini, strutture sportive, ecc.) e i luoghi “minori” tracciati, costruiti e disegnati dagli abitanti stessi (coperture dei balconi, sentieri spontanei, piccoli cantieri, ecc.). Cosa vede Mirafiori: in questa seconda sezione, facendosi ospitare in alcune abitazioni private, l’artista ha scattato dai balconi alcune porzioni di territorio. Le immagini sono realizzate con due differenti scatti (luce diurna, luce notturna) sovrapposti in un’unica immagine nel tentativo di ribaltare lo sguardo “ordinario” in “straordinario”, ovvero sollecitare l’osservatore ad avvertire tutti i possibili mutamenti dello spazio quotidiano e di conseguenza la percezione di questo. Il materiale prodotto da Paola Di Bello sarà la sezione iconografica di un volume, curato da a.titolo con contributi di esperti di differenti discipline. La pubblicazione intende indagare alcune azioni ed interventi artistici quali motori di una possibile rilettura, al di là della griglie delle discipline specifiche, di un contesto urbano.”
(Lisa Parola)

Layers of Reality 2003
Copertine di giornale
Layers of Reality nasce come pubblicazione periodica e indagine empirica delle mie esperienze degli ultimi anni. Si tratta di uno spazio aperto, un luogo di raccolta, che parte da alcuni percorsi di ricerca già intrapresi, per aggiungerne altri nel corso del tempo. Gli strati vanno dalle “ispezioni di strada” di oggetti dismessi, alle storie raccolte negli incontri con i senzatetto, trovando nelle tracce urbane i segni della loro e della nostra vita. Dal viaggio in Romania per fotografare i parenti delle persone immigrate in Italia, al viaggio attraverso alcune delle più grandi favelas di San Paolo.

Il grande piccolo 2004
DVD, pal, stereo 00:01:17
In collaborazione con Debora Manca.
Grazie a: Emma, Marco, Fernanda, Monica, Judith, Eva, Thomas, Salvatore e Omar. “Il grande Piccolo” è un progetto nato per la mostra “Playground and Toys” a cura di Art for the World, in cui gli artisti sono stati invitati a realizzare un campo giochi per i bambini profughi e rifugiati. Il video consiste nell’animazione di piccoli oggetti di uso domestico che diventano dei giochi semplicemente cambiando il loro rapporto di scala con la realtà. Così un cucchiaino sopra un tappo di sughero diventa un’altalena, un pettine, un calzascarpe e una confezione di fazzolettini di carta diventano uno scivolo, un tappo da lavandino diventa un dondolo appeso ad un albero e una confezione di cipria un tappeto elastico. L’intero campo giochi è un piatto per torte che gira al suono di una musica da giostra.

Venezia #3 2004-2008
Stampa fotografica
cm 50 x 300
Queste strisce sono realizzate scattando foto in successione, edificio dopo edificio, incollate una dopo l’altra, proprio come nella realtà. Il risultato è una striscia che mostra il fronte degli edifici e i loro incroci, in una visione parallela e paratattica che sarebbe impossibile con una percezione abituale. Mi interessa una “visione scorrevole”, in cui la scena architettonica e urbana fa da sfondo alla strada, alla scena umana, ai microeventi legati alla vita quotidiana. Il primo piano, quello delle persone che camminano, delle automobili e della vita quotidiana, è ovviamente frammentato.

The twelve labours of Marwa 2005 Stampa fotografica
Il video mostra una mano femminile che scrive una riga in arabo e una in inglese, da destra a sinistra e viceversa, senza separare la mano dal foglio, una scrittura continua. Marwa descrive il suo dramma di donna costretta a scegliere tra il lavoro per cui ha studiato, con cui si sarebbe realizzata, e la vita matrimoniale che la sua cultura le impone. Una storia come tante, la storia di una donna sacrificata che rimane al fianco del marito.Il motivo di questo video non è però la scrittura o la storia personale, ma l’anelito di una donna al miglioramento di sé, e i suoi continui sforzi. Proprio dove sembrano esserci delle debolezze, dei punti di fragilità (donna, emigrante, araba…) si trova la capacità femminile di trovare nuove possibilità e risorse; la scrittura in due lingue molto diverse ne è il simbolo.

Framing the Community 2006 Stampa fotografica
cm 100 x 70
Il progetto “Framing the community” si basa sulla realizzazione di fotografie di gruppo di persone che vivono nel quartiere Isola di Milano: “Intendo preparare una serie di ritratti tradizionali di piccoli gruppi di persone del quartiere, che voglio mettere in posa non davanti al solito sfondo, ma a una finestra che si apre sul quartiere, attualmente oggetto di una massiccia riqualificazione e speculazione urbana. Coloro che si offrono volontariamente per essere fotografati insieme a parenti e amici sottoscrivono così l’idea di appartenere a uno specifico paesaggio umano e urbano. Il progetto fotografico di Paola Di Bello può essere visto come una tassonomia eclettica delle aree contemporanee di inquietudine urbana: dai quartieri popolari italiani alle favelas di Säo Paulo; dai campi nomadi suburbani dei rom agli squatter di Tokio. È difficile isolare un’immagine rappresentativa, non perché abbiano un carattere seriale, ma perché ogni volta sono determinate da specifiche relazioni sociali e spaziali. Esse funzionano come una griglia organizzativa, coerente ma frammentata in variabili, in sezioni territoriali diverse, in immagini che possono essere composte e ricomposte come in un puzzle di Perec o in una mappa di Borges. Il lavoro di Paola Di Bello potrebbe quindi essere caratterizzato come una geofotografia della città globale.

Strip, Milano 2007
Stampe digitali
Il progetto “Strip, Milano” è il risultato di una simile pratica e di un simile tentativo. Pure le foto di questo progetto nascono dalla manipolazione digitale di una serie di scatti individuali che si ricompongono in una striscia lineare finale. Oggetto delle foto sono alcune grandi arterie e viadotti di Milano come Corso Buenos Aires e il Ponte della Ghisolfa, oppure percorsi urbani che costeggiano cantieri della trasformazione come Via de Castiglia e Via Confalonieri. Si tratta di strisce fotografiche che in pochi metri di lunghezza intendono attraversare e sintetizzare interi tessuti urbani, differenti quartieri, ampi frammenti di città. Non c’è nessuna volontà panoramica, il tentativo è semmai quello “impossibile” di ricostruire un contesto, di riportare ad una ininterrotta continuità ciò che è tale nella realtà anche se disperso per lo sguardo. Come nel video São Paulo (2002) fatto da Paola Di Bello con Armin Linke, anche in queste strisce lo spazio è flessibile, connettivo e collettivo, allo stesso tempo. In questo senso la distanza spaziale diviene anche metafora della distanza temporale. Il passaggio dalla luce diurna a quella notturna all’interno di una stessa striscia fotografica riafferma che ciò che abbiamo di fronte è uno spazio di elaborazione della percezione.

L’isola Che Non C’è 2007 Video
00:03:00
Il progetto nasce da una constatazione che ogni mamma conosce: la città e i suoi percorsi urbani sono costellati di ostacoli al semplice passaggio di un passeggino.Il video mostra la difficoltà dei percorsi urbani dal punto di vista di un bambino su un passeggino.Il progetto consiste quindi nel realizzare due opere di arte pubblica: la prima consiste nel dipingere il manto stradale con strisce zebrate rosa e blu bambino.La seconda nel stampare degli adesivi da distribuire a chi vuole partecipare all’iniziativa. Sull’adesivo sono impressi un’immagine e uno slogan che riportano l’ostacolo trovato sul percorso, da utilizzare come piccolo atto di punizione civile. L’Isola-Che-Non-C’è (Never-Never-Never Land) è il titolo della storia di Peter Pan e “Isola” è il nome del quartiere di Milano.

Framing the community, Prato 2009
Fotografia
Ho organizzato un tradizionale set fotografico per foto posate di piccoli gruppi, e invece di utilizzare un classico fondale, ho usato direttamente una delle piazze principali di Prato. Una chiara citazione delle foto souvenir, ma in questo caso i residenti di Prato creano il proprio souvenir con un’immagine simbolica della città in cui vivono, senza andare a visitare paesi esotici. Così il comune stereotipo della cartolina si trasforma in un’immagine personalizzata e privata che ritrae ognuno di loro. Le persone che hanno scelto di farsi ritrarre con amici e parenti Hanno aderito all’idea di appartenere a un unico paesaggio urbano, come se quella vista, quello sguardo, quella piazza, diventassero parte di un’ipotetica “casa” che tutti condividono.

Framing the community, Prato 2009 Volantini
Ho organizzato un tradizionale set fotografico per foto posate di piccoli gruppi, e invece di utilizzare un classico fondale, ho usato direttamente una delle piazze principali di Prato. Una chiara citazione delle foto souvenir, ma in questo caso i residenti di Prato creano il proprio souvenir con un’immagine simbolica della città in cui vivono, senza andare a visitare paesi esotici. Così il comune stereotipo della cartolina si trasforma in un’immagine personalizzata e privata che ritrae ognuno di loro. Le persone che hanno scelto di farsi ritrarre con amici e parenti Hanno aderito all’idea di appartenere a un unico paesaggio urbano, come se quella vista, quello sguardo, quella piazza, diventassero parte di un’ipotetica “casa” che tutti condividono.















































