
Al primo impatto da lontano si legge la scritta I AM A WALL. In un secondo momento, più da vicino, lo sguardo mette a fuoco lo spazio stellare all’interno delle lettere come buchi all’interno del muro. Tale spazio è tratto da una foto astronomica che fin’ora è la distanza massima raggiunta dal telescopio Hubble della Nasa: è il ritratto più profondo dell’Universo visibile, lontano 13 miliardi di anni luce, che vuol dire il punto più distante mai percepito dall’occhio umano. E’ la base per uno sguardo profondo, la presa di coscienza del proprio punto di vista, della propria identità: il muro prende coscienza di sé e acquista libertà, dunque visione. I AM A WALL, rappresenta la presa di coscienza di sé in relazione con l’identità dell’altro. E’ questo denudarsi di fronte alle cose che ci restituisce identità e libertà. Il muro non è più funzionale, non ha più una maschera, non pubblicizza niente, non illustra più niente salvo se stesso.