
Cerco una quiete interiore, un’idea limpida, e mi concentro su gesti semplici, ripercorribili che seguo con naturalezza.
Sovrappongo ed incrocio due risme di carta e osservo gonfiarsi un ventre che respira.
Misurando e tagliando cresce un vuoto a formare l’occhio all’infinito nell’interno del corpo (interno di quale corpo? quello delle risme, del mio, del tuo?) – un senso di pausa mi accoglie, un vuoto prima di partire.
Intuisco.
Mi ritrovo nel pieno di un mare di cartoncini sferici sparpagliati tra i piedi ed oltre (prodotto di quel ritagliare infinito).
Inizio a giocare con i volumi, con i ritmi, con le consistenze, con le relazioni, sommergendomi in un flusso in cui ogni parte contiene il tutto, ogni ordine è contemporaneo ad un altro, non esistono frammenti.
Tale coscienza crea un volume saturo di tempo.
Le forme cresciute (ora esterni di un interno) salgono e rivelano un’immagine che trovo nella mia mente, un’immagine primaria, un’immagine naturale: mi ricordo d’aver osservato delle gocce di pioggia su una pozzanghera, ma ora è come se ciò fosse avvenuto dopo essermi stupito delle forme di carta.